Il Ricordo di Sé

“Voi non sentite voi stessi, voi non siete coscienti di voi stessi. In voi, ‘qualcosa osserva’, come ‘qualcosa parla’, o ‘pensa’ o ‘ride’; voi non sentite: io osservo, io constato, io vedo. Tutto si constata da solo, si vede da solo… Per arrivare ad osservarsi veramente occorre innanzitutto ricordarsi di sé stessi (e di nuovo Gurdjieff accentuò queste parole). Tentate di ricordarvi di voi stessi quando vi osservate e più tardi mi parlerete dei risultati. Solo i risultati ottenuti mentre ci si ricorda di sé stessi hanno un valore. Altrimenti, voi non siete nelle vostre osservazioni; e in questo caso, quale può essere il loro valore?”.

Queste parole di G. mi diedero molto da riflettere. Mi parve innanzitutto che fossero la chiave di tutto ciò che era stato già detto sulla coscienza. Tuttavia decisi di non trarne alcuna conclusione, ma di tentare soltanto di ricordarmi di me stesso mentre mi osservavo.

I primissimi tentativi mi mostrarono come ciò fosse difficile. I tentativi di ricordarmi di me stesso non mi diedero altro risultato all’infuori di quello di mostrarmi che di fatto noi non ci ricordiamo mai di noi stessi.

“Che cosa volete di più? disse G. Questa è una scoperta molto importante. Coloro che sanno questo (egli accentuò queste parole) sanno già molto. Il guaio è che nessuno lo sa. Se domandate a qualcuno se può ricordarsi di sé stesso, vi risponderà naturalmente che può. Se gli dite che non può ricordarsi di sé, o si irriterà, o penserà che siete matto. Tutta la vita è basata su questo fatto, tutta l’esistenza umana, tutta la cecità umana. Se un uomo realmente sa che non può ricordarsi di sé stesso, è già vicino ad una comprensione del suo essere”.

Tutto quello che G. diceva, tutto quello che io pensavo e soprattutto ciò che i miei tentativi di ‘ricordarmi di me stesso’ mi avevano mostrato, mi convinsero molto rapidamente che mi trovavo di fronte ad un problema interamente nuovo che scienza e filosofia avevano fin ora trascurato.

Ma prima di fare delle deduzioni, proverò a descrivere i miei tentativi di ‘ricordarmi di me stesso’.

La mia prima impressione fu che i tentativi di ricordarmi di me o di essere cosciente di me, di dirmi: sono io che cammino, sono io che faccio questo, tentando di sentire continuamente questo io, interrompevano i pensieri. Quando avevo la sensazione di me, non potevo né pensare, né parlare; le sensazioni stesse si oscuravano. È questa la ragione per cui ci si può ricordare di sé in questo modo soltanto per un tempo brevissimo.

Avevo già fatto certi esperimenti di interruzione del pensiero come sono menzionati nei libri di Yoga pratico, per esempio nel libro di Edward Carpenter From Adam’s Peak to Eiephanta, per quanto qui si trattasse di una descrizione molto generica. I miei primi tentativi di ‘ricordo di sé’ mi riportarono alla memoria quei miei primi esperimenti. Infatti, vi è quasi identità tra le due esperienze, con la sola differenza che arrestando i pensieri, l’attenzione è interamente orientata verso lo sforzo di non ammettere pensieri, mentre nell’atto del ‘ricordarsi di sé’ l’attenzione si divide: una parte è diretta verso lo sforzo stesso, l’altra verso la sensazione di sé.

Quest’ultima constatazione mi permise di arrivare a una certa definizione del ‘ricordarsi di sé’, forse molto incompleta, ma che si rivelò assai utile nella pratica.

Parlo del ‘ricordarsi di sé’ come divisione di attenzione, che ne è il tratto caratteristico.

Quando osservo qualcosa, la mia attenzione è diretta su ciò che osservo:

Io ————————————–> il fenomeno osservato.

Quando, sempre osservando, tento di ricordarmi di me, la mia attenzione è diretta contemporaneamente verso l’oggetto osservato e verso me stesso:

Io < ————————————> il fenomeno osservato.

Stabilito questo punto, vidi che il problema consisteva nel dirigere l’attenzione su di sé senza lasciare che l’attenzione portata sul fenomeno osservato si indebolisse o si eclissasse. Inoltre, questo ‘fenomeno’ poteva essere sia in me che fuori di me.

I primissimi tentativi di tale divisione dell’attenzione mi mostrarono la sua possibilità. Al tempo stesso, feci altre due constatazioni.

Anzitutto vidi che il ‘ricordarsi di sé’ ottenuto in questo modo non aveva nulla in comune con l’introspezione, o con l’analisi. Si trattava di uno stato nuovo e molto interessante, il cui gusto era stranamente familiare.

In secondo luogo, comprendevo che momenti di ricordo di sé appaiono nella vita, benché raramente, e che solo il produrli deliberatamente creava la sensazione di novità. Infatti, avevo sperimentato tali momenti fin dalla prima infanzia; si verificavano in circostanze nuove ed inattese, in un luogo insolito, fra estranei, per esempio durante un viaggio; ci si guarda attorno e ci si dice: “Che strano! Io, e in questo posto!“; o in momenti di emozione, di pericolo, nei quali è necessario non perdere la testa, quando si ascolta la propria voce, ci si vede e ci si osserva dal di fuori.

Vidi con molta chiarezza che i primi ricordi della mia vita, e nel mio caso questi ricordi risalivano alla primissima infanzia, erano momenti di ‘ricordo di sé’. Contemporaneamente ebbi la rivelazione di molte altre cose. Mi resi conto che ricordavo realmente soltanto i momenti in cui mi ero ricordato di me stesso. Degli altri momenti, sapevo solo che avevano avuto luogo. Non ero in grado di riviverli completamente, né di provarli di nuovo. Ma gli istanti in cui mi ero ‘ricordato di me’ erano vivi e non differivano per nulla dal presente. Temevo ancora di concludere troppo in fretta. Ma vedevo già che mi trovavo alla soglia di una grandissima scoperta. Mi avevano sempre stupito la debolezza e l’insufficienza della nostra memoria. Tante cose scompaiono, sono dimenticate. Mi sembrava che l’assurdità fondamentale della vita consistesse in questo oblio. Perché tante esperienze, per poi dimenticarle? Mi pareva inoltre che ci fosse in questo qualcosa di degradante. Un uomo prova un sentimento che gli sembra molto grande, pensa che non lo dimenticherà mai; passano uno o due anni e non ne rimane nulla. Ma ora vedevo perché era così e perché non poteva essere altrimenti. Se veramente la nostra memoria mantiene vivi soltanto i momenti in cui ci si ricorda di sé, è chiaro che dev’essere molto povera.

Queste erano le mie esperienze dei primi giorni. Più tardi, quando cominciai ad imparare a dividere l’attenzione, vidi che il ‘ricordo di sé’ dava delle sensazioni meravigliose che solo raramente e in condizioni eccezionali potevano prodursi da sole. Così, in quel periodo, mi piaceva molto passeggiare la notte per Pietroburgo e ‘sentire’ la presenza delle case e delle strade. Pietroburgo è ricca di queste strane sensazioni. Le case, particolarmente le vecchie case, erano proprio vive, quasi rivolgevo loro la parola. Non vi era ‘immaginazione’ in questo. Non pensavo a nulla, semplicemente me ne andavo a spasso cercando di ‘ricordare me stesso’ e mi guardavo attorno; le sensazioni venivano da sole.

Allo stesso modo avrei fatto, in seguito, molte e inaspettate scoperte.

Ma di ciò parlerò più avanti.”

Discorso di Gurdjieff trascritto da Ouspensky, e tratto dal libro “Frammenti di un insegnamento sconosciuto”

 

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