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Verificare la meccanicità

Verificare la meccanicità

Trasformare il lavoro sulla macchina nel lavoro per creare un’anima

Verificare la meccanicità, Quarta Via, Ouspensky, Ricordo di sé, lavoro su di sé, Osservazione, HavenUna delle più importanti tappe, nel lavoro, è la verifica che siamo davvero delle macchine, perché, fra le altre cose, questo apre la via all’auto-accettazione. Nessuna delle cose che troviamo difficili da accettare, in noi, sono cose che ci proponiamo di fare intenzionalmente o consapevolmente; al contrario, tutte ci accadono meccanicamente.
Tutto accade. Tutti i nostri pensieri, le nostre emozioni ed azioni accadono, come anche le debolezze, gli errori e le meschinità.
Se veramente comprendessimo quanto siano meccaniche queste cose, allora non ci sarebbe alcuna autocritica o auto disapprovazione; primo, perché non ci sarebbe alcun senso di “sé” in questo, e secondo, perché non potremmo giudicare le nostre macchine più di quanto giudicheremmo un’auto sportiva per essere troppo piccola per trasportare la famiglia, o un computer, per un errore nel suo programma.

Naturalmente, se fosse semplice accettare noi stessi come macchine, saremmo già uomini numero cinque, e pertanto qui è descritta qualche tecnica che potrebbe rivelarsi utile.
Dapprima è necessario considerare ogni cosa, senza eccezioni, come meccanica, soprattutto le nostre reazioni nel vedere la nostra meccanicità. Chi è che non accetta ciò che, in ogni modo, vediamo? È solo un altro gruppo di Io meccanici!
L’auto-critica e l’auto-biasimo non sono nient’altro che reazioni meccaniche alla meccanicità.
Visto nella giusta ottica, questo può sembrare abbastanza comico: la macchina vede se stessa e quindi, per mostrare che realmente non è una macchina, reagisce in un modo completamente meccanico. Ovviamente non c’è altro da fare, in questa situazione, che fotografare gli “Io” e la negatività per quelli che sono e, dopo, rilassarsi e guardare lo spettacolo.

Gli effetti negativi delle reazioni meccaniche nel vedere la nostra meccanicità possono essere ridotti ulteriormente sviluppando atteggiamenti positivi verso l’essere una macchina. Non è come provare a convincersi che ciò che si vede sia buono o, perfino, che sia bene essere una macchina, perché in questo contesto sia buono sia cattivo sono atteggiamenti della falsa personalità. Piuttosto, è una questione di guardare alle nostre osservazioni da un punto di vista che è basato più sul lavoro e meno sulla falsa personalità, sul ritratto immaginario di noi stessi e sull’identificazione con la macchina. Per esempio, ricordando che siamo nella Vita per vedere noi stessi, ci renderemo conto che, quando vediamo cose che alla nostra personalità non piacciono, stiamo ottenendo esattamente qualcosa di cui abbiamo bisogno.

Questo non cambia le osservazioni o il nostro giudizio su di esse, ma introduce una scala più alta che può servire come base per separarci dalle reazioni meccaniche che ricorrono sulle scale inferiori. È anche utile ricordare che non stiamo vedendo niente di nuovo, perché stiamo semplicemente incominciando a vedere ciò che è stato sempre lì. Di conseguenza, non siamo peggiori di quanto lo fossimo. Infatti, se fossimo onesti con noi stessi, dovremmo ammettere che non siamo peggiori della maggior parte delle persone e, a dire il vero, ce la stiamo cavando abbastanza bene.

Quali basi abbiamo, allora, per l’auto-biasimo? Inoltre, dal momento che comunque agiremmo meccanicamente, non è realmente meglio esserne consapevoli? Infatti, se dovessimo avere auto-commiserazione per qualcosa, sarebbe molto più sensato indirizzarla verso la condizione di non sapere ciò che stiamo facendo, piuttosto che soltanto per le manifestazioni meccaniche.

Un altro modo di parlare di queste cose è in termini di verifica che gli “Io” non sono reali.
Il fatto che qualche Io esprima auto-commiserazione o auto-critica non significa che si debba riconoscere legittimità ad esso. Si possono osservare, invece, come se fossero solo un’altra manifestazione meccanica e lasciarli passare. Col tempo, altri Io verranno, “Io” che hanno valutazione dei propri sforzi e del proprio lavoro. Questi “Io” non sono necessariamente più “corretti” o più “reali” di quelli negativi- certamente non dovremmo identificarci con essi – ma sono più utili.
Pertanto, dato che nessuno di questi “Io” è reale, ma che, comunque, dobbiamo agire sulla base di qualche “Io”, siamo liberi di sostenere quelli che meglio promuovono il lavoro e lasciar passare gli altri. Molte specie di “Io” sono presenti dentro di noi e, non identificandoci con nessuno di questi, guadagniamo la libertà di sceglierli.
Questo è solo un esempio della sorprendente libertà che proviene dall’accettare la propria meccanicità. Se non fosse il caso che ogni cosa accade, se si fosse veramente responsabili, allora sarebbe necessario investire la propria energia per organizzare e provvedere alle necessità della vita quotidiana e ci sarebbe una vera ragione per essere preoccupati ed identificati. Ma, in realtà, tutte queste cose si prendono cura di sé stesse. Non possiamo “non farle” o “farle” diversamente, non più di quanto non possiamo essere tipi differenti.
Facciamo quello che meccanicamente dobbiamo fare. Di conseguenza, non c’è bisogno di essere preoccupati dei dettagli dell’esistenza. Siamo liberi, invece, di concentrarci sull’essere presenti ad osservare lo svolgersi delle nostre vite.

L’importanza di sviluppare atteggiamenti come questi, nei confronti della meccanicità, è duplice. Per primo, come ha detto Ouspensky, è la sola cosa che possiamo fare. Le nostre vite sono come i microsolchi di un disco. Non possiamo cambiare la musica che si ascolterà, sebbene il fatto che sia sconosciuta promuova l’illusione che sia anche indeterminata, ma possiamo cambiare il modo in cui si ascolta. Così com’è, abbiamo introdotto una grande quantità di distorsione: il volume è regolato troppo alto, la puntina è immersa in un gomitolo di polvere, i contatti sono scadenti, ecc. Ma non siamo obbligati ad ascoltare in questo modo.
Possiamo pulire il giradischi (la macchina) e regolare i comandi per ottenere un suono migliore (trovare atteggiamenti più utili).
Tieni presente che questo non implica che il lavoro trasformi le nostre vite in sinfonie, ma migliora soltanto la qualità di qualsiasi cosa siamo destinati ad incontrare sul microsolco. In breve, dal momento che abbiamo la scelta su come guardare alle cose, perché non farlo in un modo che sia
1) migliore per il lavoro
2) come minimo, meno spiacevole.

Questo porta alla seconda importante conseguenza di scegliere gli atteggiamenti. Sebbene non possiamo modificare il fatto che ogni cosa accade, se guardiamo alle cose in modo differente esse incominciano ad accadere differentemente. Questo succede perché il vedere le cose diversamente induce la macchina a reagire ad esse in maniera differente – ancora meccanicamente, naturalmente, ma differentemente.
Questo è il modo in cui gli atteggiamenti possono agire da terza forza e, gradualmente, indirizzare la propria vita verso una certa direzione. In particolare, un uomo numero quattro è qualcuno che ha formato un “centro di gravità permanente nel Lavoro”.
Egli, continuamente, guarda alla vita dal punto di vista delle opportunità che offre per l’evoluzione, e, pertanto, la sua vita ed il suo Lavoro, gradualmente, diventano una sola cosa.

In sintesi, è solo dopo che abbiamo visto ed accettato i lati indesiderabili di noi stessi che diventa possibile non necessariamente cambiarli, ma liberarci da essi. In altre parole, dobbiamo prima renderei conto che non è possibile cambiare la macchina, e solo dopo possiamo incominciare a comprendere in che modo sia possibile controllarla. A questo punto il cambiamento avviene, ma non della meccanicità di per sé; si tratta di un cambiamento d’atteggiamenti e dell’azione che ne consegue.
Sorprendentemente, questo processo completo può avvenire quasi meccanicamente, come nel caso di certe chiese evangeliche o di organizzazioni che promuovono una più positiva immagine di se stessi nei loro membri. La differenza, nella Quarta Via, è che noi sappiamo quello che stiamo facendo. Non crediamo nei nuovi atteggiamenti più di quanto non credessimo in quelli vecchi, il che significherebbe scambiare un sogno per un altro.
Qualsiasi cosa sia che osserva tutto questo con imparzialità, che osserva ora questo atteggiamento ora quello, che guarda ai “punti forti” ed alle “debolezze” senza categorizzare niente come facente parte di una o dell’altra- questa parte cresce e si sviluppa nel corso del processo di lavoro intenzionale su se stessi.

Questo è l’elemento che trasforma il lavoro sulla macchina nel simultaneo lavoro per creare un’anima. È, in sintesi, un aspetto del ricordo di sé. Molte cose meravigliose possono essere fatte per mezzo dell’accettazione di sé – cambiare gli atteggiamenti, diventare premurosi e così via – ma, a meno che non siano accompagnate dal ricordo di sé, il massimo risultato che ne deriva è un risveglio relativo. Al contrario, il ricordo di sé senza lavoro sulla macchina porta solo ad uno stato che s’allontana progressivamente da ogni pratica espressione, ossia ad un stato d’immaginazione.
Trovare l’equilibrio fra questi, e perseguirli entrambi con sufficiente intensità, rimane l’impresa che dobbiamo alla fine realizzare.

Tratto da: “Crearsi un anima” Giugno 1987 – G. Haven

 

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