Racconti di vita con Gurdjieff

Racconti di vita con Gurdjieff

Le lacrime

Una volta, nella piccola stanza delle spezie, prendendo il caffè con Gurdjieff, gli parlavo di questioni personali che mi ponevo. Descrivendole, mi sono venute le lacrime.

Gurdjieff mi ha guardato molto attentamente. Poi, molto dolcemente, mi disse “le Sue lacrime vengono da un lato dell’occhio. Non è la stessa cosa se vengono dal lato interiore, o esteriore dell’occhio, il senso è differente”.

Non disse null’altro. Non ho fatto domande. Sperando in una precisazione, sapendo però che egli forniva raramente delle spiegazioni. Il sentimento che mi abitava era molto profondo, come di un dolore molto antico, una disperazione che veniva dal fondo delle età. Conoscevo questo sentimento, l’ho sempre conosciuto. Mi è apparso qualche volta. C’é sempre stato, al fondo di me stessa. E’ sempre lì, nascosto.

La dolcezza di Gurdjieff mi ha aiutato a prenderne coscienza.

 

Viso

Durante un pasto di gruppo, Gurdjieff, pur parlando con altre persone, mi guardava di tanto in tanto. Poi, tranquillamente e molto dolcemente, mi disse: “Mélange, si vede tutto sul Suo viso, si vede che Lei sta lavorando interiormente in questo momento, non si deve vedere.”  Ero in effetti in un esercizio per comunicare le mie osservazioni dell’immediato, e non anteriori.

Il commento di Gurdjieff mi ha toccato ancor più perché, molto presto, fin da bambina, avevo notato con irritazione le espressioni assunte da certe persone: “concentrate”, “religiose”, “pensose”, “umili” o altro, e che non sentivo reali.

Anche in questo insegnamento si prendono delle “pose”, senza una reale concentrazione!… Differenza percepibile all’osservazione! Da allora, vi ho prestato attenzione.

Mi rendevo conto allo stesso tempo che Monsieur Gurdjieff non mostrava mai uno stato interiore di concentrazione.

Mi sono ricordata delle sette grandi statue scoperte in estremo oriente, scolpite in alte montagne e corrispondenti nell’espressione a ciascun livello delle tappe della ricerca interiore: dall’allievo debuttante con il suo aspetto molto concentrato, alle tappe più calme, profonde, più serene, fino al grande Maestro, uomo pieno di vita, senza espressione di concentrazione, che faceva pensare a Monsieur Gurdjieff, che era pienamente nella vita.

 

Non è così!

Durante un pasto di gruppo, qualcuno parlava di un piccolo evento. Essendo stata presente in quella circostanza, constatavo che la descrizione era lungi dall’essere giusta. Non osando intervenire, mi aspettavo che questa persona dichiarasse bene i fatti. Poiché le cose non stavano così, ripetevo a me stessa: “no! No! Non è così! Non è così!” guardando questa persona che era presso Gurdjieff.

E, improvvisamente, Gurdjieff mi dice: “Sì, sì! Mélange! Lo so! Lo so!”. Ero stupefatta, ma rassicurata.

Il gruppo non ha prestato attenzione alla mia riflessione. Non ho visto Gurdjieff guardarmi durante la narrazione, ero più distante, dall’altro lato della tavola. Dunque mi aveva percepita, mi conosceva. Ero tranquillizzata, poiché non potevo sopportare che si deformasse una situazione, stupidamente o intenzionalmente.

 

Atmosfera

Un giorno, comunico a Gurdjieff che percepivo molta energia dopo una classe di Movimenti, e che questa spariva, che non potevo conservarla. Aggiungevo che anche nella vita, alcune circostanze mi davano energia e che, allo stesso modo, la perdevo.

Dopo un silenzio, Gurdjieff mi rispose, dolcemente, tranquillamente, che gli esseri umani sono circondati da un’atmosfera, come la terra. Che con i pensieri, le emozioni, si lascia sfuggire la propria energia, che va perduta. Mi precisò che quest’atmosfera è più o meno grande a seconda di ciascuno, come una continuazione del suo corpo, e come un limite.

Disse che dovevo esercitarmi a percepire lo spazio intorno a me, a percepire la mia atmosfera come una continuità della mia presenza, ed a percepire il suo limite, senza uscirne, senza superarla. Apprendere a conservare la mia energia entro i limiti della mia atmosfera. Non lasciare che sia intaccata da qualcosa che provenga dall’esterno, che qualcosa entri in lei.

Gurdjieff continuò, dicendo che se si lascia sfuggire la propria energia nell’immaginazione, nelle emozioni, ci si identifica, ed è perduta, bisogna imparare a far sì che non sia trascinata. Che occorre chi io impari a pensare, a sentire, senza identificarmi.

[Gurdjieff disse] che i pensieri abituali non sono una reale riflessione, ma associazioni, emozioni cui ci si identifica, e che, di conseguenza, l’energia è assorbita e perduta.

[Gurdjieff disse] che lo sviluppo dell’attenzione, della coscienza avviene con l’energia dell’essere. Che occorre apprendere ad impiegarla per il pieno sviluppo del proprio essere, ed a non sprecarla.

 

Attenzione agli altri

Una sera, ho colto in Gurdjieff uno sguardo divenuto improvvisamente di una grandissima intensità. Seguendone la direzione, ho visto Madame de Salzmann visibilmente allo stremo, vacillare sulla sedia, prossima a cadere.

Guardando di nuovo Gurdjieff, lo visi pronto a saltare per evitare un eventuale svenimento. Dalla sua espressione, con tutto il corpo teso, avevo l’impressione che aiutasse Madame de Salzmann a resistere.

Poi, Madame de Salzmann si è ripresa e Gurdjieff, come se non fosse successo nulla, ha ripreso il suo atteggiamento abituale, prestando attenzione a tutti, accendendo una sigaretta nel suo bocchino di legno, di cui si serviva spesso per distogliere l’attenzione, senza che nessuno se ne rendesse conto.

Il gruppo non aveva notato nulla, come succedeva spesso. Era successo in qualche secondo.

Osservavo tutto ciò che potevo, sono sempre stata così. Sono interessata a ciò che avviene attorno a me, a comprendere che cosa succede. Non ho mai percepito nessun altro osservare come facevo io. Salvo, naturalmente, Gurdjieff, che mi forniva un esempio straordinario.

Mi ritorna sempre il ricordo di una riflessione di mia madre: che non dovevo guardare le persone come facevo io, perché li metteva in imbarazzo. Non posso però farne a meno, poiché ho un bisogno profondo di “vedere”, di comprendere che si trova di fronte a me, ciò che mi circonda, ed alcuni temono il mio sguardo.

 

Prieuré

Ai tempi del Prieuré, un ragazzino, molto giovane, aveva ricevuto un’automobilina da Gurdjieff.

Nella sua gioia, il bambino aveva voluto guidarla immediatamente. Gurdjieff però gli chiede di prendere con lui la sorellina, un po’ più grande e di fare attenzione a lei mentre guidava.

C’é tutto l’insegnamento di Gurdjieff: dare una gioia, ma non gratuita. Una doppia impressione: la gioia, ma anche il sentimento di dover compiere un dovere, accettare una responsabilità.

Si riceve, ma si deve anche dare, in un altro modo.

Gurdjieff dava le caramelle ai bambini, e chiedeva loro di darne la metà agli altri bambini. Era sempre la condivisione con gli altri.

Quando l’ho conosciuto a Parigi, Monsieur Gurdjieff aveva sempre le tasche piene di caramelle, che distribuiva a manciate ai bambini, agli adulti, ed ai clochard sulla strada.

Sempre alla Prieuré, Gurdjieff apriva la porta dell’orto ad una mucca che andava a mangiare l’insalata, e gli altri ortaggi. Oppure pagava i bambini per prendere le rane, gli insetti, e, poi, glieli faceva rilasciare, oppure li rilasciava lui stesso.

Molte storie così alla Prieuré, e, tutto il lavoro che si faceva, che incominciava alle sei del mattino e continuava verso mezzanotte o all’una del mattino.

C’era l’orto, tutti ne vivevano.

Vi erano i bambini, la cucina, i grossi lavori, i gruppi ed i Movimenti.

 

Solange Claustres, allieva diretta di Gurdjieff e insegnante di Danze Sacre

 

 

 

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