25 Feb La prima crisi di Battiato
Un altro testo tratto dal mio libro “Sacre Sinfonie – Battiato: Tutta la storia,” descrive la prima crisi importante di Franco. Dopo essere partito dalla Sicilia a 19 anni per stabilirsi a Milano e avere abbracciato la carriera di cantante pop, il nostro capisce che forse quello stile musicale non fa per lui, attratto com’è dalle novità del rock che stanno arrivando dall’Inghilterra e dagli Stati Uniti. La decisione di mollare il discreto successo che sta ottenendo per dedicarsi a uno stile completamente diverso non è esente da dubbi, ripensamenti e ansie profonde. Per placare tali stati d’animo, Franco si butta in qualcosa di nuovo, opera su sé il primo dei molti shock addizionali che lo porteranno a una sempre maggiore consapevolezza. La strada sarà lunga e impervia ma un primo passo è stato compiuto.

Capitolo 30
L’interesse per l’India che investì uno straordinario numero di giovani alla fine degli anni Sessanta riguardava soprattutto gli aspetti legati alla filosofia di quei luoghi. Filosofia che a differenza di quella occidentale era basata poco sul pensiero e molto sul distaccarsi da questo. Per i filosofi indiani, per i quali la definizione di mistici era di gran lunga più adatta, l’uomo trovava il vero senso della vita unicamente nel momento in cui riusciva a mettere da parte il proprio ego. Per arrivare al proprio dio interiore bisognava essere in grado di slegarsi da tutte le catene che tenevano ancorati alla materia, perdere i contorni del corpo e farsi puro spirito. Questo non per estraniarsi dall’esistenza di tutti i giorni ma anzi per ricevere energia benigna al fine di affrontare meglio la realtà. Sri Aurobindo, uno dei più importanti mistici indiani diceva: «Nessun uomo è un dio, ma in ogni uomo c’è Dio, scopo della vita divina è manifestarlo». Al pari l’altro pilastro del pensiero indiano Paramahansa Yogananda affermava: «Se possedete la felicità possedete ogni cosa; essere felici significa essere in sintonia con Dio». In quella fine di decennio parole come “yoga” e “meditazione” cominciarono a passare di bocca in bocca fino a farsi parte del linguaggio comune. Pratiche, queste, che permettevano proprio di spingersi oltre i confini del proprio sé ed entrare in comunione con sfere più alte al fine di condurre un’esistenza più consapevole. “Consapevolezza” divenne una parola chiave, che voleva dire esistere avendo ben chiaro perché si esiste, non semplicemente lasciarsi vivere.
Uno dei tanti che trovarono conforto in quel tipo di via fu proprio Franco, che a seguito della cancellazione del suo album era caduto in una profonda crisi. Cosa fare? Spingersi definitivamente verso nuove direzioni gettando alle ortiche la fama acquisita fino a quel momento? Chi lo avrebbe ascoltato? Quale musica avrebbe dovuto comporre? In quel frangente in Italia non esistevano circuiti diversi dalle balere, ed era lì che oramai Franco svolgeva il suo compito di intrattenitore navigato. Avrebbe dovuto rinunciare a una carriera che al di là di tutto era decisamente remunerativa? Per cercare di fare chiarezza nelle sue scelte qualcuno gli aveva consigliato di indagare bene in se stesso con il tramite di uno psicanalista. Al punto in cui si trovava valeva la pena provarle tutte, scovato il numero di un dottore che faceva al suo caso e si era recato presso il suo studio con la speranza che quello potesse fornirgli le risposte che cercava. Una volta messi in chiaro i dubbi sulla sua carriera Franco era passato a svelare quanto il suo carattere si stesse facendo di giorno in giorno più ansioso, sempre turbato da pensieri funesti e perennemente proiettato verso un domani colmo di dubbi. Lo psicanalista aveva ascoltato il giovane capelluto e occhialuto che sedeva davanti alla sua scrivania, salvo poi minimizzare il tutto. Quello che Franco stava vivendo non era né grave, né tantomeno strano, non avrebbe nemmeno avuto bisogno di lunghe sedute per guarire, sarebbero bastati dei semplici farmaci. Con la ricetta in mano il Nostro aveva ringraziato ed era uscito. Ad accoglierlo fuori dal portone c’era un bidone dell’immondizia nel quale il pezzo di carta appallottolato andò dritto a cadere.
Provvidenziale fu la sua costante curiosità che, a seguito dell’ascolto dei dischi minimalisti, stimolò l’interesse nei confronti delle ispirazioni dei compositori. Tali ispirazioni erano proprio musiche e opere letterarie provenienti dall’oriente, quei brani fatti di pattern ripetuti erano stati concepiti proprio come surrogati delle pratiche meditative, e avevano il compito di instradare gli ascoltatori verso stati di coscienza slegati dal materialismo terreno. Franco ascoltò con attenzione i dischi e si mise a leggere i capisaldi del pensiero indiano come Lo yoga della conoscenza integrale di Aurobindo e Autobiografia di uno yogi di Yogananda. Divorò i volumi come un animale affamato in cerca di tutte le risposte che cercava. Risposte che, lo sapeva, non sarebbero balzate fuori come per magia. Egli avrebbe dovuto operare un profondo scavo tra gli scritti e all’interno del proprio animo per trovarle. In breve, dalla semplice lettura passò ai fatti, pur sapendone il minimo necessario e non avendo a disposizione alcun maestro. Un pomeriggio si trovava nella camera-studio che aveva ricavato all’interno dell’appartamento di Via Perugino, con un impianto stereo, le chitarre, gli amplificatori e un pianoforte verticale al quale era tornato ad appassionarsi dopo le lezioni prese da bambino. Ora si divertiva a studiare quello strumento da autodidatta in quelle che erano le sue sonorità, impratichendosi nella costruzione degli accordi, allenandosi ogni volta che aveva tempo per migliorare la sua tecnica. Questo facendo a meno di solfeggi e spartiti, che in ogni caso non sarebbe stato in grado di leggere, semplicemente facendosi guidare dall’istinto. Nella stanza era presente una delle tante imitazioni di tappeti persiani che si trovavano in molte case italiane. Dopo avere letto qualche pagina di Autobiografia di uno yogi, spense la luce e abbassò la tapparella. Poi mise sul giradischi l’ultimo album di Terry Riley, A rainbow in curved air, un disco che si muoveva sulle usuali coordinate ripetitive ma creava un’atmosfera ancora più particolare, quasi metafisica, grazie a diverse manipolazioni di organo e sax operate dal compositore. Franco non fece altro che sdraiarsi sul tappeto, chiudere gli occhi e lasciare che quella musica lo inondasse. Provò a slegarsi dai pensieri, distaccandosi e cercando di osservarli piuttosto che diventarne schiavo. A poco a poco si rilassò e sentì che i contorni del suo corpo si facevano sempre più labili, fino a quando successe qualcosa di inaspettato: gli sembrò trasformarsi in un essere privo di materia. Si spaventò e riaprì subito gli occhi. Si tirò su, toccò le braccia e le gambe e venne di nuovo invaso da una moltitudine di sensazioni.
Nella vita di ognuno ci sono cose concrete a cui aggrapparsi per potere affermare di stare esistendo: la consapevolezza del proprio corpo – della pelle, degli arti, del viso allo specchio – e i propri pensieri che, come un oceano perennemente in movimento, non mancano mai di fare sentire la propria presenza. Ma se queste sicurezze, quella del proprio corpo fisico e dei pensieri, venissero meno cosa rimarrebbe? Si entrerebbe in uno stato che Franco per qualche labile momento aveva sperimentato, a seguito del quale aveva riaperto gli occhi impaurito perché aveva smarrito la certezza del suo esistere materiale. Eppure anche in quei frangenti era vivo, solo in una dimensione diversa, nella quale non c’erano più le gabbie della carne e dei pensieri ma solo la propria pura essenza. Per pochi istanti era stato immerso in uno stato di totale tranquillità e armonia, che solo quando da bambino si perdeva nelle sue contemplazioni aveva sperimentato; quei viaggi che, adesso lo aveva capito, potevano essere vissuti in qualsiasi momento, bastava buttarsi per terra e perdersi. Non sarebbe stato semplice perché i pensieri insidiosi distraevano costantemente, bisognava esercitarsi a tenerli a bada e imparare a esistere nel nulla, senza paura. Ma con l’esercizio ci sarebbe riuscito, ne era sicuro, e tutte le volte che si sarebbe sentito dubbioso o impaurito gli sarebbe bastato chiudere gli occhi per godere di quegli stati di gioia.
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