OUSPENSKY INCONTRA GURDJIEFF

Soltanto in seguito agli sforzi persistenti di una delle mie nuove conoscenze, M., accettai di incontrare G. e di avere una conversazione con lui.

Il mio primo incontro modificò completamente la mia opinione su lui e su ciò che egli poteva darmi.

Me ne ricordo molto bene. Eravamo arrivati in un piccolo caffè lontano dal centro, in una via rumorosa. Vidi un uomo non più giovane, di tipo orientale, con baffi neri ed occhi penetranti, che mi colpì subito perché sembrava del tutto fuori posto in quel luogo e in quella atmosfera. Ero ancora pieno d’impressioni d’Oriente e quest’uomo dal viso di Rajah indiano o di Sceicco arabo, che potevo facilmente immaginare con un barracano bianco o un turbante dorato, produceva, in quel piccolo caffè di bottegai e di rappresentanti, con il suo soprabito nero dal collo di velluto e la bombetta nera, l’impressione inattesa, strana e quasi allarmante di un uomo mal travestito, la cui vista ci imbarazza, perché vediamo che non è ciò che pretende di essere e dobbiamo tuttavia parlare e comportarci come se non ce ne accorgessimo. G. parlava un russo scorretto con un forte accento caucasico e quell’accento, al quale siamo abituati ad associare qualsiasi cosa eccetto che idee filosofiche, rafforzava ancora la stranezza e il carattere sorprendente di quella impressione.

Non ricordo l’inizio della nostra conversazione; credo avessimo parlato dell’India, dell’esoterismo e delle scuole di yoga. Ritenni che G. avesse viaggiato molto, fosse stato in certi luoghi dei quali avevo appena sentito parlare e che avevo vivamente desiderato visitare. Non solo le mie domande non lo imbarazzavano, ma mi parve che mettesse in ogni risposta molto più di quanto io chiedessi. Mi piaceva il suo modo di parlare che era prudente e preciso. M. ci lasciò. G. mi intrattenne su ciò che faceva a Mosca. Non lo capivo bene. Dalle sue parole risultava che nel suo lavoro, di carattere soprattutto psicologico, la chimica (spirituale) aveva una parte importantissima. Dato che l’ascoltavo per la prima volta, presi naturalmente alla lettera le sue parole.

“Ciò che voi dite mi ricorda un fatto che mi è stato riferito su una scuola dell’India del Sud, a Travancore. Un bramino, uomo per molti aspetti eccezionale, parlava a un giovane inglese di una scuola dedita allo studio della chimica del corpo umano; tale scuola aveva dimostrato, diceva, che introducendo o eliminando diverse sostanze, si poteva cambiare la natura morale e psicologica dell’uomo. Questo è molto simile a ciò di cui voi mi avete parlato”.

“Può darsi, disse G., ma può anche essere una cosa del tutto diversa. Certe scuole adottano apparentemente gli stessi metodi, ma li comprendono in modo assolutamente diverso. Una similitudine di metodi o anche di idee non prova niente”.

“Un’altra questione mi interessa molto. Gli dissi. Gli yogi si servono di diverse sostanze per provocare certi stati. Non si tratterebbe in certi casi di narcotici? Ho fatto io stesso numerosi esperimenti in questo campo e tutto quello che ho letto sulla magia mi dimostra chiaramente che le scuole di ogni tempo e di ogni paese hanno fatto larghissimo uso di narcotici per la creazione di stati che rendono possibile la ‘magia’ “.

“Sì, rispose G., in molti casi queste sostanze sono ciò che voi chiamate ‘narcotici’. Ma possono essere usate, lo ripeto, per fini di tutt’altro genere. Certe scuole si servono dei narcotici nel modo giusto. I loro allievi li prendono, in tal caso, per studiare se stessi, per conoscersi meglio, per esplorare le proprie possibilità e discernere in anticipo ciò che potranno raggiungere effettivamente al termine di un lavoro prolungato. Quando un uomo ha potuto, in questo modo, toccare la realtà di ciò che ha imparato teoricamente, lavora da quel momento coscientemente, sa dove va. Questa è talvolta la via più facile per persuadersi della reale esistenza delle possibilità che l’uomo spesso suppone in se stesso. A questo fine esiste una chimica speciale. Vi sono sostanze particolari per ogni funzione. Ogni funzione umana può essere rafforzata o indebolita, svegliata o assopita. È tuttavia indispensabile una conoscenza approfondita della macchina umana e di questa chimica speciale. In tutte le scuole che seguono questo metodo, le esperienze sono effettuate soltanto quando sono veramente necessarie e soltanto sotto il controllo esperto e competente di uomini che possono prevedere tutti i risultati e prendere tutte le misure necessarie contro i rischi di conseguenze indesiderabili. Altre scuole adoperano sostanze identiche o analoghe non al fine di esperienza o di studio, ma per raggiungere, non fosse che per un breve tempo, i risultati voluti. Un uso abile di tali sostanze può rendere un uomo momentaneamente molto intelligente o molto forte. Dopo di che, beninteso, quell’uomo muore o impazzisce, ma ciò non è preso in considerazione. Tali scuole esistono. Vedete, dunque, che dobbiamo parlare con prudenza delle scuole. Esse possono fare praticamente le stesse cose, ma i risultati saranno completamente diversi”.

Tutto ciò che G. aveva detto mi aveva profondamente interessato. C’erano, lo sentivo, punti di vista nuovi, diversi da tutto quanto avevo incontrato fino a quel giorno.

(Tratto da “Frammenti di un insegnamento sconosciuto”, di P.D.Ouspensky)

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