L’antica musica che Gurdjieff suonava

Gurdjieff portava con sé il suo speciale strumento, un tipo insolito di fisarmonica.

Bilanciandola sul suo ginocchio, egli premeva avanti e indietro con la mano sinistra una cerniera munita di cardini sul retro della fisarmonica e, in questo modo otteneva una quantità d’aria intermittente.
La sua mano destra poggiava sulla tastiera e a volte improvvisando a volte a memoria, egli tirava fuori dal suo strumento una musica che non ho mai ascoltato prima. Era in una tonalità minore, e in alcuni momenti, mi richiamava alla memoria la canzone che i portuali maomettani cantavano quando il mare entrava e usciva attraverso lo stretto ingresso di una caverna.

Gurdieff ci diceva assai poco della musica che aveva raccolto durante i suoi viaggi, ma era ovvio che provenisse da varie fonti. Una parte di essa era chiaramente, in origine, una musica da lavoro, canzoni che le persone di campagna cantavano esercitando ognuna il proprio mestiere.
C’erano per esempio, le canzoni tradizionali cantate dai vecchi fabbricanti di tappeti dell’Asia Centrale mentre stavano accovacciati sul pavimento di un grande capannone a cardare, filare e tingere le loro lane, oppure intrecciarle secondo disegni locali ben noti. Gurdjieff descrisse come, un intero villaggio, prendesse parte a questo lavoro in cui ognuno aveva il proprio compito da svolgere, con un accompagnamento musicale specifico. 

Un’altra fonte di ispirazione da cui aveva tratto ispirazione era la musica sacra nei vari monasteri che aveva visitato. Monasteri di molti tipi. Greci ortodossi, Esseni e Sufi. Io personalmente non ho una grande conoscenza della musica e posso dire soltanto due cose di quello che Gurdjieff suonava: prima di tutto che era molto antica e, in secondo luogo, che esercitava un forte effetto emozionale sulla maggior parte di coloro che l’ascoltavano.

Kenneth Walker, amico e allievo di Gurdjieff, nel 1948

 

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