Io, chi sono?

Io, chi sono?

Inizio con un testo tratto dal mio ultimo lavoro su Franco: “Sacre Sinfonie – Battiato: Tutta la storia”. Pubblicato nel marzo del 2025. Un volume nel quale ho raccontato le sue vicende come un romanzo. Con tutti gli alti e bassi emotivi che una vita ricca di esperienze come la sua comporta.

L’incipit del libro si sofferma sul Battiato bambino, già attratto dalle pieghe più nascoste della realtà, pronto a porsi domande importanti.

Capitolo 1

Marzo si era rivelato più pazzo del solito. Non c’era giorno nel quale il meteo non rendesse difficile la vita dei ripostesi, i quali, nemmeno fossero a Londra, non sapevano mai con esattezza cosa li avrebbe aspettati: se sarebbe stato il caso di uscire con l’ombrello o in maniche di camicia. Il freddo si alternava a sprazzi di sole, un giorno addirittura erano volati in cielo alcuni fiocchi di neve, cosa rarissima per il paesino. Gli stoici abitanti non si erano però fatti smontare del clima e avevano continuato le loro attività, in primis la pesca. Era infatti su quella che il piccolo comune basava l’economia; proprio sulle attività dei pescatori era stata fondata Riposto. Inizialmente scalo commerciale della vicina Mascali, era il luogo nel quale si concludevano gli affari, una sorta di cantina, o meglio, ripostiglio – da qui il nome -, nel quale veniva scambiato, acquistato e conservato ciò che forniva prosperità.

Quella mattina la maestra aveva giusto finito di spiegare un po’ di storia dei luoghi nei quali i bambini erano nati. Alcuni l’avevano ascoltata con attenzione prendendo appunti; altri, soprattutto quelli in fondo all’aula, se ne stavano con la testa poggiata sul palmo della mano sorretto dal gomito, facendo il possibile per non addormentarsi. Quel giorno splendeva un bel sole e le incertezze meteorologiche sembravano svanite. Si respirava un’aria di fresco tepore, lontano dalle asperità dell’inverno come dalla canicola insopportabile che da lì a poco sarebbe giunta a ghermire il sud Italia.

Vista la temperatura i finestroni della classe erano schiusi e un raggio di quel sole tanto piacevole andava a carezzare il volto di un bimbo che dava un’impressione diversa rispetto ai suoi compagni. Avvicinandosi alla sua figura si sarebbe notato che non sembrava attento alle parole della maestra ma nemmeno svagato e incline alla noia, semplicemente il suo sguardo era altrove. I grandi occhi castani sembravano incantati a contemplare il pezzo di cielo che si scorgeva sopra le cime degli alberi piantati nel giardino della scuola. Il cielo e anche la tavolozza del mare che si intravedeva, compagno della vita di tutti i ripostesi. Il cielo, il mare, gli uccelli che sfrecciavano nell’azzurro del mattino, il profumo delle zagare che il vento tiepido portava con sé, quello del panificio che aveva appena sformato prelibatezze come le enormi brioches che andavano riempite di quella granita soffice come panna, le sirene delle imbarcazioni che tornavano dalla pesca, il cigolare delle biciclette e dei carretti trainati da cavalli che ogni tanto nitrivano a dare il benvenuto alla bella stagione. Il bimbo dai grandi occhi castani sembrava perso in tutte quelle sensazioni, ogni cellula del suo corpo era colma di immagini, profumi e suoni. Francesco, questo era il suo nome, era incline a un vagare continuo tra le emozioni che lo trasportavano in altri mondi. Quando gli capitava era come se si staccasse dal corpo e cominciasse a vagare nell’aria; si trasformava egli stesso in aria, si fondeva con gli aromi, i colori, l’energia che lo circondava.

Francesco aveva da pochi giorni compiuto otto anni, oramai si sentiva ometto e un po’ gli spiaceva indugiare così spesso nel mondo dei sogni. Sentiva che in questo modo metteva come una distanza tra sé e chi lo circondava, si rendeva diverso dagli altri bambini e dagli adulti. Non aveva mai conosciuto nessuno che, al suo pari, riuscisse a guardare oltre. Del resto non aveva nemmeno mai provato a spiegare a nessuno i suoi stati d’animo, sapeva benissimo che era un attimo a essere preso in giro e venire definito una testa vuota, o peggio, un matto. Ma lui matto non era per nulla, anzi gli sembrava di avere la capacità di esplorare più nel profondo le cose. Non solo il paesaggio che lo circondava, a volte gli capitava di osservare il viso, le mani e i gesti di una persona e capire se era buona o cattiva, se poteva fidarsi o meno. E il tornare tra i suoi compagni dopo le lunghe contemplazioni gli provocava una specie di malessere, un senso di spaesamento, di vertigini, di presenza e assenza allo stesso momento. Fece quindi lo sforzo di concentrarsi sulla maestra e su quello che in quel momento stava dicendo, anche perché sembrava una cosa della massima importanza, nuova, mai fatta prima. Una sfida, e a Francesco le sfide piacevano.

«Bene carusi, adesso…» – la sentì dire. Era una donna di età indefinita, piccola e magra con un cardigan di lana verde, un viso ossuto e penetranti occhi azzurri. Poteva essere molto giovane come prossima alla pensione, la sua crocchia di capelli neri sotto una certa luce si scopriva grigia. Era pacata e indulgente ma all’occorrenza non faceva mancare forti bacchettate sulle mani inflitte tramite una riga di legno. «…faremo un tema. Un tema un po’ diverso dal solito» – continuò la donna – «Non ci sarà un argomento, dovrete inventarlo voi». I bambini si scambiarono occhiate interrogative. L’attenzione di Francesco venne catturata e si dimenticò per un attimo dell’altro mondo. «Sì, dovrete scrivere quello che vi viene da dire, liberamente. Raccontate una vostra giornata, descrivete un amico o un parente, qualcosa che vi è successo, quello che avete mangiato o un bel gioco. Oppure dite semplicemente quello che pensate in questo momento. Dovete liberare la fantasia». I bambini non avevano mai visto così la loro maestra: lasciati da parte i voti e le interrogazioni, ti spronava a dire tutto quello che ti passava per la testa. Da quello che Francesco ricordava nessuno aveva mai dato loro questa opportunità: in famiglia, a scuola, anche tra amici c’erano sempre regole ben precise da seguire. Nell’istante stesso in cui tutto ciò andò a fissarsi nell’animo di Francesco egli seppe di non essere interessato a raccontare la sua quotidianità, doveva scrivere un qualcosa che non aveva mai detto nessuno. Tutto stava a capire come farlo.

Prese dalla cartella il foglio protocollo, lo stese, riempì di inchiostro il calamaio sistemato su un foro del banco e vi intinse la penna. Poi rimase fermo diversi minuti, lo sguardo ancora verso la finestra, con il sole sul suo sguardo insondabile, i capelli neri con la frangia che gli copriva la fronte, la bocca dischiusa come a porgere a se stesso una questione irrisolta. Aveva un foglio intero a disposizione, avrebbe potuto riempirlo di tutto ciò che gli frullava in mente; raccontare le sue sensazioni: il cielo del primo mattino, il tramonto sul mare con l’arancione, il rosso e il blu che degradavano in nero, il tono della voce di sua madre quando lo incitava a mangiare e a non correre sempre a giocare, il profumo della brillantina di suo padre, i discorsi e le risatine delle sarte che avvertiva come una musica dolcissima. C’erano un sacco di cose di cui avrebbe potuto scrivere, però rimaneva fermo, incantato sulla cima degli alberi che si muovevano al debole vento marino. D’improvviso cominciarono a venire a galla delle parole a formare una domanda. La domanda delle domande, quella che stava alla base di tutte le emozioni che provava da tempo. In quel momento seppe che non avrebbe riempito le pagine del protocollo, sarebbe bastata una riga, poi chissà, magari la maestra avrebbe saputo fornirgli la risposta che desiderava. Francesco si mise dritto con la schiena, osservò per un attimo i suoi compagni con le teste basse sul foglio e altri con il retro della penna in bocca intenti a rimuginare. Prese un lungo respiro, intinse di nuovo il pennino nel calamaio e scrisse questa frase:

«Io, chi sono?»

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