IN SILENZIO: tra menzogna e verità a casa di Gurdjieff

silenzio-menzogna-verità- casa-GurdjieffIn ottobre, ero con Gurdjieff a Mosca.
Il suo piccolo appartamento della Bolshaia di Dmitrovka mi stupì per la sua atmosfera. Era arredato in stile orientale: pavimenti e muri sparivano sotto i tappeti, anche i soffitti erano rivestiti con scialli di seta. Le persone che vi entravano, tutti allievi di Gurdjieff, non avevano paura di stare in silenzio. Già questo era qualcosa di insolito. La gente entrava, si sedeva, fumava; non si sentiva una sola parola, talvolta per ore. E non vi era nulla di sgradevole né di opprimente in quel silenzio; anzi, c’era un sentimento di sicurezza tranquilla; ci si sentiva liberi dalla necessità di recitare una parte artificiale e forzata. Ma sui curiosi o sui visitatori casuali, quel silenzio produceva un’impressione molto strana. Essi si mettevano a parlare senza interruzione come se avessero paura di arrestarsi e di provare qualche cosa, oppure si offendevano immaginando che il ‘silenzio’ fosse diretto contro di loro, per far sentire come gli allievi di Gurdjieff fossero a loro superiori, e per far comprendere come non valesse neppure la pena di parlare con loro. Altri trovavano quel silenzio stupido, comico, “innaturale”, ai loro occhi metteva in evidenza le nostre peggiori caratteristiche, particolarmente la nostra debolezza e la nostra subordinazione completa a Gurdjieff, che ci ‘tiranneggiava’.
Gurdjieff decise persino di prendere nota delle ‘reazioni al silenzio, dei vari tipi di visitatori. Mi resi conto allora che la gente temeva il silenzio più che ogni altra cosa, e che la tendenza a parlate senza posa non era che un riflesso di difesa, basato sul rifiuto di vedere qualche cosa, un rifiuto di confessare qualche cosa di sé stessi. Notai ben presto una proprietà ancora più strana dell’appartamento di Gurdjieff.

In quel luogo non era possibile mentire. Una menzogna traspariva subito, diventava evidente, tangibile e certa. Una volta, vedemmo arrivare un uomo che Gurdjieff conosceva vagamente. L’avevo già incontrato, poiché talvolta veniva ai suoi gruppi.

Eravamo tre o quattro nell’appartamento, Gurdjieff non c’era. Dopo essere stato per un po’ in silenzio egli si mise e dire che aveva appena incontrato un uomo che gli aveva dato notizie straordinariamente interessanti sulla guerra, sulle possibilità di pace, e così via.
All’improvviso, in modo completamente inatteso per me, sentii che quell’uomo mentiva. Non aveva incontrato nessuno, e nessuno gli aveva detto niente. Tutto si creava nella sua testa in quel momento, semplicemente perché il silenzio gli era insopportabile.
Io provavo un certo disagio a guardarlo. Mi sembrava che, se avesse potuto incontrare il mio sguardo, si sarebbe reso conto che io vedevo che egli mentiva. Sbirciai gli altri e vidi che sentivano come me, e potevano a malapena reprimere i loro sorrisi… Osservai allora colui che parlava e vidi che solo lui non notava nulla e continuava a parlate velocemente, trasportato sempre più dall’argomento, non rendendosi conto degli sguardi che, senza volerlo, ci scambiavamo fra noi.
Questo non fu l’unico caso. Mi ricordai allora degli sforzi che avevamo fatto per descrivere le nostre vite e delle ‘intonazioni’ che prendevano le nostre voci quando cercavamo di nascondere certi fatti.
Mi resi conto che anche qui tutto stava nelle intonazioni. Allorché un uomo chiacchiera o semplicemente attende un’occasione per mettersi a parlare, egli non nota l’intonazione degli altri ed è incapace di distinguere le menzogne dalla verità. Ma appena si tranquillizza, ossia si sveglia un poco, egli, percepisce le differenze di intonazione e, comincia a discernere le menzogne degli altri.
Su questo argomento m’intrattenni sovente con gli altri allievi di Gurdjieff. Parlavo loro di ciò che era accaduto in Finlandia, e degli addormentati, che avevo visto nelle strade a Pietroburgo. Ciò che provavo qui, nell’appartamento di Gurdjieff, di fronte a coloro che mentivano meccanicamente, mi ricordava molto l’impressione provata riguardo agli ‘addormentati’.
Desideravo moltissimo presentare a Gurdjieff qualcuno dei miei amici di Mosca, ma tra tutti coloro che incontrai durante il mio soggiorno, uno solo mi sembrò adatto. Il mio vecchio amico giornalista V. A. A., mi diede l’impressione di essere sufficientemente vivo. Benché fosse come sempre sovraccarico di lavoro e pieno d’impegni, egli si mostrò molto interessato quando gli parlai di Gurdjieff e l’invitai e pranzo da lui. Gurdjieff convocò una quindicina dei suoi e organizzò un pranzo, sontuoso per quei tempi di guerra, zakouski, patés, shashlik, vini di khagheria ed altri splendori, in una parola, uno di quei festini alla moda del Caucaso, che cominciano a mezzogiorno e durano fino a sera.

Gurdjieff fece sedere A. vicino a sé, fu molto gentile. Si curò di lui tutto il tempo, versandogli lui stesso da bere. Il cuore mi venne meno all’improvviso quando compresi a quale test avevo esposto il mio amico. Il fatto era che noi tutti stavamo in silenzio.

Per cinque minuti, egli si comportò da eroe, poi cominciò a parlare. Parlò della guerra, di tutti i nostri alleati, dei nostri nemici; ci comunicò l’opinione di tutti gli uomini più in vista di Mosca e di Pietroburgo su tutti i soggetti possibili; poi parlò dell’essiccazione dei legumi per l’esercito (di cui egli si stava attualmente occupando, oltre al suo lavoro di giornalista), in modo particolare dell’essiccazione delle cipolle, poi dei concimi artificiali, della chimica applicata all’agricoltura e della chimica in generale, delle bonifiche dei terreni, dello spiritismo, della ‘materializzazione delle mani’ e di non so più che cos’altro.

Né Gurdjieff, né nessuno di noi disse una sola parola. Ero sul punto di intervenire per paura che A. si offendesse, ma Gurdjieff mi lanciò uno sguardo così feroce che mi fermai all’istante.

D’altronde, i miei timori erano vani.
Il povero A. non notava nulla, era tutto contento a parlare, e talmente preso da ciò che diceva, dalla sua propria eloquenza, che non si interruppe per un solo istante sino alle quattro. Poi, con molto calore, strinse le mani di Gurdjieff e lo ringraziò per la sua “conversazione molto interessante”.

Gurdjieff guardandomi fece un sorriso malizioso.
Ero veramente mortificato. Avevamo messo in ridicolo il povero A. non potendo certamente aspettarsi nulla di simile, era stato preso trappola. Compresi che Gurdjieff aveva voluto dare ai suoi allievi una dimostrazione.
“Avete visto?” egli disse, quando A. fu uscito. “È ciò che si può chiamare un uomo intelligente, ma non si sarebbe reso conto di nulla, anche se gli avessi tolto i pantaloni. Lasciatelo dunque parlare, egli non desidera che questo, e tutti sono così. Quest’uomo poi è migliore di tanti altri: non ha detto bugie. Conosceva realmente ciò di cui parlava, a modo suo, beninteso.”

“Ma a che scopo?” domandò. “Non è più giovane.”
Ed era forse l’unica volta in vita sua che gli si offriva una possibilità di ascoltare la verità; ma egli ha parlato per tutto il tempo”.

Testimonianza di Ouspensky tratta da ‘Frammenti di un insegnamento sconosciuto’

 

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