Rinunciare al bisogno di Conoscere: come suonare per i Movimenti di Gurdjieff

rinunciare-bisogno-di-conoscere-suonare-per-i-movimenti-gurdjieffSi riferisce che Gurdjieff abbia detto: “ogni fenomeno ha sette aspetti”.

Nel discutere lo sforzo di suonare per i Movimenti di Gurdjieff, vorrei confinarmi ad un aspetto: lo Stato.

Vi può sembrare una situazione familiare? Stamattina presto ho litigato con un amico, nel pomeriggio il mio capo mi ha detto che quest’anno non ci saranno aumenti, e proprio adesso l’istruttore dei Movimenti non si è accorto di me quando sono entrato nella sala. Per peggiorare le cose, egli annuncia adesso che intende incominciare con un movimento per cui non c’è musica: devo improvvisare. Come posso trovare una musica che corrisponda nello stato in cui mi trovo. Passo improvvisamente dal “sentirmi giù” alla paura.

Dove andare per trovare ciò di cui ho bisogno? Nella mia testa, naturalmente. E’ come andare in soffitta e frugare nei bauli per trovare qualcosa che serva all’occorrenza.

Il contributo della testa, però, semplicemente non basta. Ho bisogno dell’attenzione di altre parti per poter suonare per i movimenti. Il corpo, di fatto, fisicamente suona il piano, ma è teso per le emozioni che sono messe in movimento dalla paura. Il sentimento è la sola parte in me ad essere sufficientemente sottile per percepire i Movimenti, ma al momento non è disponibile per me.

Queste sono lungi dall’essere le condizioni ideali per esprimere il Sacro.

Incomincio a suonare, dalla testa, e la musica è rafferma, morta e di routine. L’istruttore mi guarda, e questo non fa che peggiorare le cose. Che fare? Perché ho paura? Perché mi sento inadeguato alla situazione. Il fatto è, però, che sono inadeguato. I Movimenti di Gurdjieff esistono ad un livello che è ben al di sopra di me, come pure la musica appropriata. Ogni tentativo di corrispondere dal mio livello “facendo” una cosa qualunque è condannato al fallimento. E tuttavia ci provo di nuovo, ricorrendo alla mia borsa dei trucchi. Sono inadeguato alla richiesta, non solo perché sono in uno stato negativo, ma anche perché sono incastrato nei miei vani tentativi di “trovare” qualcosa a partire da quello che “so”.

Ho spesso sentito parlare dell’Ignoto, ho letto libri in proposito, e pretendo pure di essere a suo favore. Allora adesso, eccolo qui, proprio davanti a me. Non so che musica sarebbe appropriata. Non so neppure come porre tutto me stesso in questa situazione: sono realmente di fronte all’Ignoto. E sto provando tutto quello cui posso pensare per andarmene da questa situazione.

Il poeta Robert Frost ha scritto: “due strade divergevano nel bosco. Ho preso quella meno percorsa”. Mi trovo ad una biforcazione sulla strada mentre mi siedo lì a suonare la mia musica morta. Una strada, quella che prendo normalmente, va verso il Conosciuto, l’altra “quella meno percorsa”, va verso l’Ignoto. Che cosa mi indurrebbe a prendere questa “altra strada”? In primo luogo, devo essere convinto che la strada su cui sono è insoddisfacente, e possono volerci molti anni per questo. Non farò però la scelta di cercare “l’altra strada” a meno di non essere veramente disperato. In secondo luogo, devo avere il coraggio di fallire. Non vi è modo di andare nell’Ignoto tenendo un piede nel Conosciuto; è tutto o niente.

L’immagine Sufi è quella di gettarsi fra le fiamme.

Terzo, devo sapermi rilassare. Tutto il mio dubbio “autocontrollo” è preso in un’antica rete di tensioni che sembra entrare in gioco da sola. Allora, devo rilassarmi nel pieno dell’azione, mentre ho paura, mentre il Movimento procede, mentre sto suonando la mia abituale sciocchezza in A minore. Quattro, devo essere in grado di partecipare. La testa deve essere chiara, ed incollata al gruppo. Devo essere lì con il gruppo, con ogni passo, con ogni posizione.

Sono però arrivato in classe in uno stato negativo. Come faccio a trovarmi in uno spazio dove posso almeno fare questi sforzi?

In uno sforzo sull’attenzione, Thomas de Hartmann descrive come un certo cane non distogliesse mai l’attenzione dai suoi due giovani padroni. Mai. Come egli disse “Questo è già un grado elevato di attenzione…molto più forte di quanto non abbiano molti esseri umani”. Anch’io ho osservato l’attenzione dei cani. Dappertutto per le strade di New York, di fronte ad ogni negozio o caffè, vi sono cani legati di tutte le taglie e descrizioni che attendono che i loro padroni escano. Nulla li distrae. I loro occhi sono incollati alla porta. Perché? E’ volontà? E’ desiderio? Sono cani, dopotutto. I cani hanno volontà o desiderio? Secondo me, è amore. Chi amano è dietro quella porta, e l’amore dirige la loro attenzione. L’amore la tiene lì.

Con noi succede la stessa cosa: ciò che amiamo attira la nostra attenzione.

Quando siedo lì, bloccato dalla paura e suonando una pappetta, che cosa amo? Di che cosa sono preoccupato? Se sono molto onesto, vedo che in un modo o nell’altro sono preoccupato di me stesso: dell’immagine di me stesso, del mio amor proprio, della mia vanità. Ciò che mi preoccupa di più è “Come me la sto cavando? Che cosa pensa la gente? Come posso brillare?”.

Amare i Movimenti è un obiettivo molto elevato. Per il momento, almeno, mi sforzo di averne cura. Sono qui per questo: per portare una musica che aiuti i movimenti a giungere in vita, che aiuti la classe a sapere come muoversi. Dovrebbero sentire che la mia musica li sostiene, come se fosse sotto di loro, li portasse. E così, se porto la mia attenzione interamente ai Movimenti in questo modo, improvvisamente odo i suoni che sto producendo. Odo la loro inadeguatezza ed incomincio a prendermi cura anche di questo. Comprendo che i suoni sono il mio modo di prendermi cura del Movimenti e della classe.

Improvvisamente, senza che io “faccia” nulla che non sia prestare attenzione, il mio sentimento viene chiamato ad unirsi allo sforzo, ed il corpo segue. Allora, se “tutta” la mia attenzione è sul Movimento e sul suono, invece che su di me, chi è che affiora con la musica?

Devo dare fiducia a qualcos’altro in me stesso. Fidarmi di che cosa, pero? e come lo trovo? Fidarsi significa non chiedere “che cosa”. Il bambino guarda forse con sospetto il seno della madre? Il fiore guarda forse di traverso il sole? E chiedersi “come trovarlo” è un altro trucco della testa, che cerca, come sempre, di mantenere il controllo. La testa non può sapere nulla di questo. Ciò che è necessario è l’Ignoto. Non sono io a trovarlo, è lui che trova me, e viene da solo. Non perché lo “trovo ” o lo “voglio” e neppure perché lo merito, ma perché ne ho bisogno. Devo gettarmi fra le fiamme.

Mettendo però tutta la mia attenzione (o cura) sul Movimento e sul suono e lasciando che sia “qualcos’altro” a creare la musica, anche solo per un secondo, mi indica immediatamente contro che cosa mi trovo. “Non conoscere” è estremamente sconvolgente. La sollecitazione che sia la testa ad assumere il controllo è quasi irresistibile.

Rinunciare al bisogno di conoscere, prendere questa “altra strada” è il prezzo da pagare se voglio produrre musica viva, fresca, creativa, nuova, commovente e (la cosa più importante) adatta al Movimento.

Gurdjieff dice che dobbiamo pagare in anticipo. Il musicista deve rinunciare al lusso di conoscere in anticipo. Questo è il suo pagamento. Ciò vale anche per suonare musica scritta. Deve essere suonata come se io non sapessi che cosa deve venire, fidandomi nuovamente di “qualcos’altro” che informi il mio suonare. Così, mi trovo di fronte ad un grosso paradosso. La musica viene da me, ma non la sto “facendo”. Devo essere rilassato, ed allo stesso modo devo essere molto lì, a partecipare a ciò che necessita della mia attenzione: la classe, il suono, il Movimento.

Come disse una volta Madame de Salzmann: “Non potete farlo, ma non si farà senza di voi”.

di Stafford Ordahl, musicista della Fondazione Gurdjieff

 

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