Alla ricerca dell’Essere

Alla ricerca dell'Essere

Comincio a superare il rifiuto finora opposto a certi esercizi presentati da Gurdjieff quale forma essenziale del suo Insegnamento, e da lui chiamati «movimenti».

Questa specie di ginnastica, nonostante l’impressione indimenticabile più volte provata nel vederla eseguire da un gruppo di allievi profondamente impegnati nella sua pratica, mi è sembrata a lungo una cosa di secondaria importanza, buona tutt’al più ad aiutare chi avesse mezzi intellettuali modesti…E naturalmente io non mi classificavo in questa categoria!
Per cogliere il potere di questi esercizi, o «danze», che il mio corpo, una volta liberato dall’inibizione impostagli da un’altra parte di me, era capace di eseguire in modo abbastanza soddisfacente, mi ci è voluta una pratica lunga e attenta.
E ancor più tempo mi ci è voluto per sentire fisicamente, concretamente, l’effetto della strana alchimia interna innescatami da questi «movimenti»; essi infatti aprono all’energia attiva circuiti ignoti, dissolvendo le barriere e rompendo gli schemi fissi che solitamente la ingabbiano.

I movimenti hanno molti aspetti. In primo luogo sono un esercizio di attenzione. Alcuni sono anche un linguaggio nel senso che, attraverso segni, gesti simbolici, posizioni o spostamenti, esprimono leggi cosmiche difficilmente accessibili per vie normali e, almeno per ora, al di là della nostra comprensione. Altri però sembrano chiaramente un mezzo per trasmettere ai livelli superiori dell’uomo una conoscenza che trascende la ragione, e per dare indicazioni, tramite una sorta d’alchimia di cui è possibile percepire gli effetti, sulla via che potrebbe consentirne l’approccio.

Agli inizi, l’esecutore non ha che da realizzare materialmente le posizioni e la sequenza dei gesti e degli spostamenti che compongono il «movimento». A questo livello, l’attenzione è interamente mobilitata al servizio delle parti che fanno scattare i vari gesti, la cui simultaneità o rapida successione costituiscono il primo ostacolo. Ma ben presto viene richiesto un altro sforzo: uno sforzo interiore di «sensazione di sé» che viene prodotto, anche se a lungo in modo maldestro, dalla parte più sottile dell’attenzione. Nondimeno questo duplice moto si innesca, suscitando all’improvviso un indimenticabile sapore di libertà che immediatamente svanisce per costringerci a ritrovarlo di nuovo. A seguito di questo ulteriore sforzo, il comando del gesto passa dal livello mentale, in cui l’immagine del gesto è stata ormai registrata, a un livello più interno, animato da quella stessa attenzione vitale che genera la sensazione di sé. In tal caso, il movimento non viene più fatto dall’esecutore, ma si fa per tramite suo, e allora tutto è diverso.

Ma finché la mente vuole fare il movimento, la sua incapacità a dominarne tutti gli aspetti impedisce un’esecuzione corretta: i gesti restano imprecisi, la loro sequenza è troppo rapida per lo strumento che normalmente li innesca, e il corpo sembra incapace di far fronte a sollecitazioni cui non è abituato. A complicare la situazione interviene allora la parte emotiva, l’esecutore resta inchiodato al livello di esistenza ordinaria in cui le varie contrazioni provocate dalla vita “normale” o chiamata in questo insegnamento meccanica, costituiscono altrettante barriere alla circolazione dell’energia. Di fronte a queste barriere l’energia si arresta e si disperde in tutte le direzioni, e il suo riflusso anarchico è uno dei fattori che causano l’assenza di contatto fra l’uomo e il proprio corpo.

Lo sforzo di attenzione su di sé, senza il quale i movimenti non potrebbero essere eseguiti o non sarebbero che una specie di ginnastica, induce una trasparenza che consente all’energia di passare attraverso il corpo in modo più corretto e di trovare i canali predisposti allo scopo, creando così una sensazione di benessere e di libertà caratteristica dei movimenti eseguiti nelle suddette condizioni. La medesima sensazione viene accresciuta dalla rapidità d’esecuzione dei movimenti, spinta talvolta ai limiti del possibile per modificare i contatti che permettono gli interscambi d’energia.

La mente abbandona la presa, e al suo posto subentra un pensiero libero che controlla l’esecuzione dei gesti mantenendo l’attenzione sul corpo; questo fatto, abbinato a una diversa qualità di movimenti fisici, favorisce un funzionamento più positivo dell’emozione. Così per un attimo i tre centri ( il corpo, la mente e le emozioni) si trovano ad agire simultaneamente allo stesso livello. Una delle conseguenze di ciò, per quanto secondaria, è quella di poter percepire sia l’energia specifica di ogni centro, sia le abitudini fisiche, mentali e ogni sorta di vezzi su cui in seguito sarà possibile esercitare un’azione in un senso o nell’altro.

Ma questo equilibrio è continuamente minato dalla meccanicità che nei modi più subdoli s’insinua in ogni processo. Man mano che l’automatismo si accentua, ossia quando il movimento comincia a essere conosciuto, la parte d’attenzione necessaria ha eseguire l’esercizio non viene più mantenuta, e lo sforzo si rivolge interamente alla sensazione di sé; oppure si insedia una sorta di piacere suscitato dall’armonia e dalla scioltezza dei gesti, e il sogno riprende. In entrambi i casi il movimento perde il suo vero significato e va giustamente interrotto. Per ritrovare il significato originario, è indispensabile ricorrere a un altro esercizio che richiami di nuovo l’attenzione: e per il neofita, queste interruzioni premature sono l’aspetto più sconcertante dei «movimenti».

Col passare del tempo, i movimenti riescono ad animare alcune parti da sempre impermeabili alla nostra percezione. Alle nebbie cui ci costringono l’attività mentale e il delirio dell’emozione, subentra un mondo nuovo, impregnato dalla strana «presenza» indotta dall’esercizio. E per l’ennesima volta si pone una domanda: che cos’è il movimento? Senz’altro uno dei suoi obiettivi è proprio quello di tenere sveglia una parte che, tutto sommato, si appagherebbe volentieri dell’animazione interiore così generata, mentre il fatto che la questione rimanga continuamente aperta, come fosse un’interrogazione vivente, finisce per attirarci verso aspetti più profondi e meno accessibili.

Noi sentiamo che questa animazione è il risultato dello sforzo interiore che l’attenzione, la decontrazione, le posizioni e i gesti, nella loro sequenza e combinazione, ci inducono a tentare. Essa provoca in noi un rapporto di tipo nuovo col corpo, e il corpo acquista così una fluidità e una leggerezza non puramente fisiche, grazie alle quali può mettersi al servizio di quell’animazione. In tale stato particolare, il corpo diventa permeabile a tutto ciò che gli viene richiesto, acquisendo una gran libertà, accompagnata da una gioia che non è solo quella della funzione in movimento o di una parte più attiva del corpo, bensì è la gioia di tutto l’essere in stato di relativa presenza a sé stesso.

Questa disponibilità degli strumenti più sottili apre la strada a un’altra influenza, a una forza più alta, recepita come un flusso d’energia che, sebbene ignorata, è sempre presente, e che adesso diventa percettibile, nutrendo le parti superiori capaci di aiutare l’uomo a proseguire sulla via della ricerca intrapresa.
Ecco perché i movimenti possono essere definiti danze «sacre» nel vero senso della parola: perché instaurano una relazione tra il livello normale della vita da una parte, e dall’altra un livello superiore sentito come un ponte di comunicazione col «divino».

I movimenti hanno il potere di materializzare forze di tutt’altro ordine, un potere ben percepibile anche da coloro che non ne sono il veicolo; infatti l’esecuzione delle figure, che attivano per ogni sequenza particolari relazioni capaci di evidenziarne un certo aspetto, e il riscontro visibile delle forze che animano gli esecutori, sono carichi di un’influenza chiaramente avvertibile anche da coloro che assistono. Da una «classe di movimenti» ben preparata può sprigionarsi una sostanza la cui materialità, per quanto sottile, è percettibile a livello interiore allo stesso modo del colore e del suono da parte dei normali organi dei sensi.

Dal suddetto punto di vista, l’obiettivo di chi pratica i movimenti diventa la ricerca del modo di viverli, e la possibilità di viverli in quel modo. A questo livello, essi rappresentano un veicolo per accedere ad un mondo raggiungibile in altre vie con la preghiera e la meditazione: ma è un veicolo che in questa via include e utilizza in modo del tutto peculiare l’intero apparato umano.

Tratto da Prima dell’alba– Alla ricerca dell’Essere di Henri Thomasson
L’Ottava Edizioni 1988 Milano (da pag. 47 a pag. 50)

 

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