Peter Brook e Madame De Salzmann alle prese con “Incontri con uomini straordinari” [1]

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Una delle nostre più grandi difficoltà era proprio nel mezzo cinematografico in sé. Il cinema, per sua natura, travolge: immagini e suoni invadono ogni angolo del cervello, spazzano via qualsiasi senso di distanza, rendendo totale e irresistibile la nostra identificazione con l’azione. In teatro, un verso, una canzone, una danza, persino un salto nell’aria spesso sono sufficienti a che si manifesti anche il significato più nascosto.

Con la macchina da presa, invece, l’ostacolo è assai più grande, perché tentare di filmare l’invisibile sembra che neghi la natura stessa della fotografia. In questo film il potere evocativo delle parole di Gurdjieff doveva essere sostituito da immagini, da una scelta accurata delle persone e dei luoghi con cui erano in rapporto. Soltanto se fossero stati trovati questi elementi la fotografia avrebbe potuto fare di ogni scena un documento vivente e non una semplice finzione.

La ricerca degli esterni ci portò in zone remote della Turchia, agli scenari veri di gran parte della storia, alla trasparente bellezza del Lago Van, a Kars, dove Gurdjieff nacque, alle rovine di Ani, la città dei mille templi dove si sarebbe svolta una parte cruciale della storia. Ma dopo lunghi mesi di attese e di trattative, la burocrazia turca si dimostrò ancora più bizantina delle rovine; così riprendemmo il viaggio.

Attraversammo il confine dell’Iran e quindi raggiungemmo l’Egitto, dove scoprimmo che migliaia d’anni di raffinata esperienza nel trattare gli stranieri avevano reso anche questo paese una rovina per la gente di cinema. Proseguimmo allora per il Ladakh, la terra dei monasteri, magnifici nel loro isolamento, luminosi nell’aria rarefatta, ma troppo inaccessibili per un lavoro pratico. Alla fine trovammo in Afganistan le persone e le condizioni che cercavamo.

Qui il nostro problema si presentò in forma diversa. A parte i bei volti che potevamo trovare in ogni bazar, avevamo bisogno di attori professionisti. Avevamo una storia da raccontare e non potevamo trovare in questi luoghi gli attori adatti. Dovemmo tornare in quelle zone del mondo dove gli attori si formano, consapevoli che per questo film la nostra esigenza non rientrava nel normale ventaglio di possibilità di un interprete, specialmente se cresciuto nel pieno della vita urbana del XX secolo. A poco a poco mettemmo insieme un interessantissimo gruppo di attori provenienti da molti paesi e culture, ciascuno dei quali era in qualche modo toccato da questo tema.

La scelta per il ruolo principale era la più difficile, perché l’attore doveva essere convincente per coloro che non avevano mai visto Gurdjieff e non offensivo per coloro che l’avevano conosciuto bene. Poiché avevamo bisogno di un tipo fisico che suggerisse immediatamente le origini greche e armene di Gurdjieff, esaminammo negli Stati Uniti l’enorme schiera di attori che avevano origini medio orientali. Scoprimmo con disappunto che i manierismi assimilati dalla cultura americana – la postura, la camminata dinoccolata, l’andatura con il peso del corpo spostato indietro e il modo di muovere la testa – avevano cancellato completamente tutte le caratteristiche tradizionali. Facemmo provini a Londra, Parigi, Atene, Il Cairo, ma senza successo. Qualcuno allora suggerì che forse la Iugoslavia, con la sua ricca e interessante attività cinematografica e teatrale, avrebbe potuto fornirci la persona che cercavamo.

A Belgrado vidi molti attori e fui immediatamente colpito dalla potenza del loro aspetto fisico, dalle personalità forti e dalle ottime capacità di recitazione, ancora legate a profonde radici etniche. Ma nessuno di loro parlava l’inglese né aveva interesse a lavorare all’estero. Poi nella stanza entrò un giovane montenegrino, Dragan Maxsimovic: la sua andatura, l’espressione dei suoi occhi ci dissero che eravamo arrivati alla fine della ricerca. Appurato con l’aiuto di un interprete – non parlava l’inglese – che era disposto a lasciare il suo paese, lo invitammo a Parigi a conoscere Madame de Salzmann e organizzammo un provino nel giardino di un amico. Se ne stava seduto pazientemente su uno sgabello, aspettando che la macchina da presa fosse pronta. Poi, a un tratto, incrociò le gambe e piegandosi in avanti strinse tra le mani un bastone che aveva raccolto da terra; il corpo restò rilassato eppure bilanciato e vigile. Madame de Salzmann fu felicissima perché vi riconobbe un atteggiamento tipico di Gurdjieff, che Dragan aveva assunto involontariamente, grazie al potere delle radici e delle caratteristiche fondamentali comuni.

Naturalmente Dragan non sapeva niente dell’uomo che gli era stato chiesto di impersonare; ma quanto aveva captato aveva acceso la sua immaginazione ed era pronto a impegnarsi in tutto ciò che sarebbe stato necessario. La sua prima sfida era imparare l’inglese; così lo iscrivemmo a una scuola a Londra. Studiò con passione e dedizione per lunghissime ore, giorno dopo giorno, nell’austera solitudine che si era imposto, finché arrivò il momento in cui poté capire e parlare un inglese fluente e spontaneo. Come attore si rendeva perfettamente conto che nel film per lui non vi era alcunché da recitare, nel senso comune del termine. Il compito era scoraggiante, ma lui era impavido: anche la difficoltà più penosa lo aiutava a scoprire che cosa significasse essere un ricercatore, pure se a volte l’esigenza di andare ben oltre le sue possibilità faceva urlare di disperazione ogni fibra del suo corpo.

Quando ci trasferimmo in Afganistan, Madame de Salzmann aveva oltre ottant’anni. Dovunque andassi per le riprese, allestivamo una piccola cabina dove lei potesse seguire su un monitor quello che la macchina riprendeva. Dopo ogni prova e ogni ripresa mi mandava un messaggero con qualche osservazione o suggerimento. Spesso, con lo sconcerto dei tecnici professionisti che si irritavano per i cambiamenti del piano riprese, correvo alla sua tenda e quando ne uscivo dovevo disfare tutto ciò che aveva richiesto ore di meticolosa preparazione.

Un giorno stavamo lavorando su una cresta di un’alta montagna, molto difficile da raggiungere, tanto che dovemmo utilizzare corde e argani per issarvi le attrezzature. Riducemmo la troupe al minimo e lasciammo Madame de Salzmann e gli altri al campo base. Ma a metà pomeriggio ci raggiunse, facendosi rapidamente strada per il sentiero a tratti interrotto, con il solo aiuto del suo bastone da passeggio. La vista di lei all’orizzonte, che saliva con calma e risolutezza, consolidò il profondo rispetto che la squadra aveva già cominciato a nutrire nei suoi confronti e per tutto il resto delle riprese continuò a seguirla con sconfinata ammirazione.


(Peter Brook, “I fili del tempo. Memorie di una vita”)

 Leggi la seconda parte del testo: “Incontri con uomini straordinari”: Madame De Salzmann non ne fu mai soddisfatta [2]

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