Meditazione come metodologia decondizionante

“I metodi catartici sono invenzioni moderne. Ai tempi di Buddha non erano necessari. Un taglialegna, uno spaccatore di pietre non hanno bisogno di meditazioni catartiche: le praticano tutto il giorno; ma per l’uomo moderno le cose sono cambiate” Osho

I rari momenti di esperienza spontanea della meditazione come stato dell’essere, ci portano anche a percepire la meccanicità inconsapevole in cui viviamo e a cercare la possibilità di espandere quei momenti di consapevolezza.

Le tecniche di meditazione sono tecniche per espandere questi spazi in modo da potervi accedere volontariamente.

Le tecniche di meditazione si pongono come metodologia verso il decondizionamento dalle mille informazioni che abbiamo ricevuto e accumulato dall’esterno.

Informazioni che permeano profondamente il nostro corpo, le nostre emozioni, i nostri pensieri.

Non a caso le parole “medicina” e “meditazione” hanno la stessa radice, la prima si prende cura della salute fisica, la seconda della salute dell’essere umano nella sua totalità.

Le tecniche di meditazione sono simili a gioco.

Non hanno niente a che fare con lo sforzo per ottenere qualcosa o con la concentrazione della mente.

Anzitutto ciò che richiede sforzo è un ostacolo all’esperienza meditativa.

Come nel gioco, la gioia e la libertà di movimento, di espressione, di essere, sono elementi che ritroviamo in tutte le tecniche.

Il primo requisito di una tecnica è che essa ci permette di ritrovare in noi l’intensità, l’impegno, la totalità con cui giocavamo da bambini.

I bambini sono infatti molto vicini alla meditazione.

Proviamo, senza seriosità, ma con tutta l’intensità di cui disponiamo, a tuffarci nel “gioco” della meditazione, senza lasciare fuori niente di noi.

Per un’ora niente è più importante di quel gioco.

E’ uno spazio e un tempo dedicato a noi stessi e a nessun altro.

E’ un viaggio, e un gioco, fatto in solitudine, con la gioia di essere se stessi, con la possibilità di non dipendere dal giudizio di un altro, ma di scoprire la propria inesauribile e unica ricchezza.

In questo percorso la solitudine diventa la vera fonte del godimento e della capacità di dare.

Come tutti i giochi, anche le tecniche di meditazione hanno delle regole.

Di fatto queste regole sono basate su ricerche, esperimenti e tradizioni diverse, provenienti da diverse culture e diverse scuole di ricerca spirituale.

Le tecniche note e praticate ormai da millenni sono state affiancate e integrate da altre che partono dalla comprensione della realtà dell’uomo contemporaneo.

Le tecniche di meditazione sono strumenti per decondizionare, non per introdurre nuovi condizionamenti, credi, scritture, rituali e regole al posto di quelli vecchi.

Meditare non è una nuova preghiera.

Né è meditazione l’autoipnosi indotta dalla ripetizione ossessiva di un mantra. Ciò non va al di là di un esercizio ginnico mentale e lascia chi la pratica nella passività meccanica, e quindi non consapevole, della ripetizione.

Questo può far bene all’equilibrio mentale, rilassare o addormentare, ma non ci aiuta a diventare più consapevoli dei processi che ci muovono e agiscono in noi a nostra insaputa, non ci aiuta affatto a liberarci, comprendendoli, dai condizionamenti che determinano la nostra vita.

Qualunque sia la tecnica di meditazione, costante a tutte rimane l’attenzione, l’osservazione di tutto ciò che accade.

La qualità dell’osservazione attenta, consapevole, si espande piano piano all’intera giornata.

L’accadere quotidiano acquista un altro sapore.

Ci scopriamo al centro di una giostra di avvenimenti e scopriamo che in mezzo ad essi c’è qualcosa del nostro essere, un nucleo fermo e profondo che rimane inalterato, immobile, testimone.

Scopriamo che ciò che accade fuori di noi, emozioni e pensieri, è ancora periferico, è ancora oggetto della nostra osservazione.

Il soggetto, ciò che siede al centro della giostra e osserva, non si confonde più con gli oggetti.

Si tratta di un processo: questa capacità di disidentificazione non si raggiunge in un giorno, né permane.

Durante quell’ora possiamo esprimere volontariamente rabbia, gioia, dolore o pazzia: scopriremo con stupore che possiamo riconoscere tutti questi sentimenti dentro di noi, esprimerli, farli vivere, e allo stesso tempo non essere identificati con essi, non esserne sommersi.

Questa scoperta può potenzialmente trasformare la nostra vita, abbiamo la possibilità di scegliere liberamente come rispondere, senza quella sorta di coazione a reagire che impronta tanta parte delle azioni e dei comportamenti umani.

Descrivere la meditazione è come descrivere il sapore di una pesca matura: in realtà bisogna provarne il gusto, farne esperienza, per sapere di cosa si parla:

La meditazione è soggettiva, è un fenomeno esperienziale, semplicemente esistenziale, come l’esperienza della bellezza, dell’amore.

 

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