L’opera di Gurdjieff: nota introduttiva agli “Incontri con uomini straordinari”

opera-Gurdjieff-nota-introduttiva-incontri-uomini-straordinariL’opera di Gurdjieff è multiforme.

Ma qualunque sia la forma in cui si esprime, la sua parola è sempre un richiamo.

Egli chiama perché soffre del caos interiore nel quale viviamo.

Egli chiama affinché apriamo gli occhi.

Egli ci chiede perché esistiamo, che cosa vogliamo, a quali forze obbediamo.

Egli ci chiede soprattutto se comprendiamo ciò che siamo: vuole farci rimettere tutto in questione.

E poiché egli insiste, e la sua insistenza ci costringe a rispondere, tra lui e noi si stabilisce una relazione che   è parte integrante della sua opera.

Per circa quarant’anni questo richiamo risuonò con tanta forza che uomini di tutti i continenti vennero da lui.

Ma avvicinarlo era sempre una prova. Davanti a lui qualsiasi atteggiamento sembrava artificioso.

Che fosse eccessivamente deferente o al contrario pretenzioso, sin dai primi minuti veniva fatto crollare. Caduto l’atteggiamento, rimaneva soltanto una creatura umana spogliata della sua maschera e, per un momento, colta in tutta la sua verità.

Era un’esperienza spietata, per alcuni impossibile a sopportarsi.

Costoro non gli perdonavano di essere stati messi a nudo e, una volta al sicuro, cercavano con ogni mezzo di giustificarsi. Nacquero così le leggende più stravaganti.

Quanto a Gurdjieff, egli si divertiva di queste storie. Se necessario arrivava persino a provocarle, non fosse che per sbarazzarsi dei curiosi, che erano incapaci di capire il significato della sua ricerca.

Quanto a quelli che avevano saputo avvicinarlo, e per cui questo incontro era stato un avvenimento determinante, ogni tentativo di descriverlo appariva loro inadeguato. Per questo le testimonianze dirette sono così rare.

Tuttavia, la persona stessa di Gurdjieff è inseparabile dall’influenza che egli non ha cessato di esercitare. È dunque legittimo il desiderio di voler conoscere ciò che fu la sua vita, perlomeno nelle sue linee essenziali. Perciò gli allievi di Gurdjieff hanno pensato che fosse necessario pubblicare questi racconti, i quali in origine erano stati concepiti per essere letti ad alta voce a un ristretto gruppo di allievi e invitati. Gurdjieff narra del periodo meno conosciuto della sua esistenza: la sua infanzia, la sua adolescenza, le prime tappe della sua ricerca.

Ma se Gurdjieff racconta sé stesso, è per servire il suo vero intento. Vediamo benissimo che non si tratta di un’auto-biografia nel senso stretto della parola. Per lui il passato vale la pena di essere raccontato soltanto nella misura in cui esso è «esemplare». In queste avventure non suggerisce degli esempi da imitare esteriormente, ma tutto un modo di essere davanti alla vita, che ci tocca direttamente e ci fa intuire una realtà di un altro ordine.

Perché Gurdjieff non era, non poteva essere soltanto uno scrittore. La sua funzione era un’altra.

Gurdjieff era un maestro.

Questa nozione di maestro, così comune in Oriente, non è praticamente afferrata in Occidente. Non evoca niente di preciso, il suo contenuto è molto vago, per non dire sospetto. Diciamo che, secondo le concezioni tradizionali, la funzione di maestro non si limita all’insegnamento delle dottrine, ma significa una vera incarnazione della conoscenza grazie alla quale il maestro può provocare un Risveglio e, per la sua stessa presenza, aiutare l’allievo nella sua ricerca.

Egli esiste per creare le condizioni di un’esperienza attraverso la quale la conoscenza potrà essere «vissuta» nel modo più totale possibile. È la chiave stessa della vita di Gurdjieff.

di Jeanne de Salzmann e Henri Tracol

(curatori dell’edizione francese del libro “Incontri con uomini straordinari” di Gurdjieff)

 

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