Le danze e ginnastiche sacre come veicolo della Conoscenza (legge del Sette)

Danze sacre, ginnastiche sacre, legge del Sette

La capacità di interpretare il significato della ginnastica sacra e delle danze non si può acquisire senza aver studiato a lungo. In realtà, bisogna metterci altrettanto lavoro nello stare a guardarle e nell’eseguirle. Chi desidera capirle ed interpretarle deve mettersi d’impegno per impadronirsi dell’arte che le compone.

Nel passato, i movimenti eseguiti con accompagnamento di musica e canto dei partecipanti erano molto più consueti. Molti di questi movimenti sacri erano accompagnati dallo zihr. Gli Halwati hanno un dicitore la cui cantilena ricorda ai ballerini il significato del loro gesto.
In passato le danze popolari erano le forme più importanti di esperienza estetica in mezzo a tutte le razze, mentre il loro declino è relativamente recente; ma nella maggior parte dei casi i tentativi per conservarle e ricostruirle sono stati compiuti senza conoscerne il significato originale.

Il ballo moderno, sia il balletto che gli esercizi ritmici, non hanno alcun contatto con la ginnastica sacra come lo avevano nel passato. Noi pensiamo alla danza, anche al massimo livello, come espressione di un’esperienza estetica. Vi partecipano il coreografo, i suonatori e i ballerini. Le norme per creare danze e balletti di origine recente sono accettate da alcuni e respinte da altri: nascono dalle mode di ciascun decennio che passa e sono soggettive in quanto si tratta di gusto personale. L’unica autorità che rivestono è derivata dalla popolarità e dalla fama degli esperti che le hanno introdotte nell’uso.

Nei tempi antichi, l’arte della danza aveva un significato completamente diverso. Era direttamente collegata con l’esperienza mistica e religiosa, ma fece altresì parte delle investigazioni scientifiche degli uomini più saggi di ciascun periodo.

Nel corso della sua ricerca Gurdjieff stabilì che le danze sacre sono tra i pochi strumenti ancora rimasti, tratti fra i diversi mezzi usati nell’antichità, per conservare importanti cognizioni e trasmetterle alle generazioni successive. Per tale motivo, le danze sacre sono state sempre una delle materie d’importanza vitale insegnate nelle scuole esoteriche orientali.

Una ginnastica simile aveva un duplice scopo. Contiene ed esprime determinati princìpi, oppure documenta certi avvenimenti considerati talmente importanti da renderne obbligatoria la conservazione. Nello stesso tempo, servono come mezzo a coloro che vi partecipano, affinché conseguano per sé una condizione d’essere che è armoniosa e consente loro di accelerare il loro sviluppo spirituale.
Al primo posto di questi princìpi si accenna ne ‘I racconti di Belzebù’, nel capitolo intitolato “Arte”. Nel brano che si riferisce alla danza, egli descrive le realizzazioni della civiltà prima dell’inizio della storia nelle valli del Tigri e dell’Eufrate e, in particolare, gli sviluppi che ebbero luogo al culmine del periodo babilonese. Come si è visto nella nostra indagine riguardo alla confraternita Sarmān, tali realizzazioni furono trasferite nell’Asia centrale posteriormente alla conquista di Babilonia da parte di Alessandro Magno. Mentre in Mesopotamia andarono completamente perdute, nel Turkestan si continuò a conservarle ed a trasmetterle. Le scuole d’arte che furono istituite nell’Asia centrale dopo la dispersione delle scuole babilonesi, in seguito alla conquista della Persia da parte dei Greci, resistettero e furono comprese nelle scuole di Mitra e di Mani fino all’epoca sassanide. Secondo la leggenda, una società di uomini dotti si stabilì nella città di Babilonia e si assunse il compito di conservare la loro conoscenza in diversi modi. Uno era l’impiego della ginnastica sacra. Dal resoconto di Gurdjieff apprendiamo in che modo essi “dimostrarono con le spiegazioni del caso ogni eventuale forma di danze religiose e popolari, sia quelle già esistenti che si limitarono a modificare, sia quelle del tutto nuove che crearono” (Racconti di Belzebù, p.475).

Rituali, leggende e racconti didascalici sono altri mezzi con cui viene conservata l’antica saggezza. Allo scopo di spiegare il modo in cui fu realizzata la conservazione della conoscenza, Gurdjieff prende in considerazione la Legge del Sette (Heptaparaparshinokh), che a suo dire i saggi babilonesi conoscevano perfettamente.

Si convalida il fatto che i pitagorici costituiscono una delle nostre fonti principali per la ricostruzione di questa legge, mentre Pitagora fu tra i saggi che Cambise portò dall’Egitto in Babilonia nel 510 a.C. A quell’epoca non solo il consesso dei maghi ma anche la gente in generale si rendevano conto che ci fosse qualcosa di misterioso riguardo al modo in cui i processi materiali passavano da una fase all’altra. Sapevano che l’uomo non può attuare i suoi scopi attaccando direttamente il suo obiettivo. Poiché più tardi questa conoscenza assolutamente indispensabile andò perduta, il mondo ha bisogno di ritrovarla. Ecco perché i saggi babilonesi, preoccupandosi dei loro lontani discendenti, si fecero un dovere di conservare i princìpi della Legge del Sette nelle diverse arti e mestieri dell’uomo.

Belzebù lo spiega a suo nipote dicendo: ”Affinché tu abbia un’idea migliore e capisca perfettamente in qual modo essi indicavano ciò che desideravano in quelle danze, tu devi sapere che i dotti dell’epoca erano già al corrente da molto tempo che ogni posizione e movimento di ogni essere in generale, secondo la stessa Legge del Sette, consta sempre di sette cosiddette ‘tensioni reciprocamente equilibrate’ nascenti in sette parti indipendenti dal loro insieme, e che ciascuna di queste parti consta a sua volta di sette diverse cosiddette ‘linee di movimento’, mentre ciascuna linea ha sette cosiddetti ‘punti di concentrazione dinamica’; e tutto questo che ho appena descritto, essendo ripetuto nello stesso modo e nella stessa sequenza ma sempre su scala decrescente, viene attuato nelle dimensioni più minuscole di corpi completi chiamati ‘atomi’. Di conseguenza, durante le loro danze, nei movimenti rispettosi della legge nella loro reciproca concordanza, questi dotti ballerini inserivano deliberatamente delle inesattezze, altrettanto legittime, per rilevare in esse in un certo modo l’informazione e la conoscenza che desideravano trasmettere”.

[Leggi il brano precedente]

(John G. Bennett, “Un nuovo mondo”)

 

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