Le Danze del Tempio di Gurdjieff

Descrizione della pratica e delle esibizioni di Movimenti di Gurdjieff nel corso della sua vita, fra il 1920 ed il 1949

di John G. Bennett 

 

Costantinopoli 1920

bennettGurdjieff disse. “Il cambiamento dipende da voi, e non avverrà attraverso lo studio. Potreste conoscere tutto e tuttavia rimanere dove siete. E’ come un uomo che conosca tutto sul denaro e sulle leggi delle operazioni bancarie, ma non abbia denaro proprio in banca. A che cosa gli serve tutta la sua conoscenza?”.

Qui Gurdjieff cambiò improvvisamente il proprio modo di parlare, e guardandomi in modo molto diretto disse: “Avete la possibilità di cambiare, vi devo avvertire però che non sarà facile. Siete ancora pieni dell’idea di poter fare ciò che vi va. Nonostante tutti i vostri studi sulla libera volontà e sul determinismo, non avete ancora compreso che fino a che rimanete in questo posto, non vi è nulla che possiate fare”. All’interno di questa sfera non vi è libertà. Né tutta la vostra conoscenza né tutta la vostra attività vi daranno la libertà. Questo perché non avete… “Gurdjieff trovava difficile esprimere in Turco ciò che intendeva. Egli impiegò la parola varlik, che significa grosso modo la qualità di essere presenti. Credetti facesse riferimento all’esperienza di essere separati dal proprio corpo.

Né io né il Principe [Sabaheddin] riuscimmo a comprendere che cosa Gurdjieff intendesse trasmettere. Mi sentii triste, poiché il suo modo di parlare mi aveva lasciato senza nessun dubbio che egli mi stesse dicendo qualcosa di grande importanza. Risposi, in modo alquanto poco convincente, che sapevo che la conoscenza non era sufficiente, ma che cos’altro si poteva fare se non studiare? Non mi rispose direttamente, ma senza dare nessuna impressione di ignorarmi, egli incominciò a parlare al Principe delle Danze del Tempio e della loro importanza per lo studio dell’antica saggezza. Ci invitò tutti e tre ad assistere ad una dimostrazione di Danze del Tempio eseguite da un gruppo di suoi allievi che egli aveva portato con sé da Tiflis.

Riconducemmo Gurdjieff alla Grande Rue de Péra, ove ci disse di avere un appuntamento a mezzanotte, il che pareva strano. Egli reiterò il suo invito a Yemenedji Sokak per il Sabato seguente.

Il Principe non intendeva recarvisi. Di fatto, egli non usciva mai di notte per alcuna ragione. Mrs. Beaumont ed io partimmo alla volta di Yemenedji Sokak alle nove di sera, come ci era stato indicato. Quando vi arrivammo, il solo occupante della lunga sala era un uomo di alta statura con un abito bianco ed una cintura gialla, che stava in piedi in un angolo volgendo le spalle alla sala e che muoveva lentamente il capo in avanti ed indietro. Altri, uomini e donne, entrarono nella sala. Tutti vestivano abiti bianchi. Sia gli uomini sia le donne vestivano tuniche abbottonate fino al collo. Gli uomini vestivano ampi calzoni bianchi e le donne vestivano gonne bianche su pantaloni anch’essi bianchi. Nessuno parlava o dava segni di notare gli altri. Alcuni sedettero a gambe incrociate sul pavimento, altri incominciarono a praticare varie posture e ritmi.

Ad un’estremità della sala erano disposte delle sedie, due o tre visitatori entrarono e sedettero. Con nostra estrema sorpresa, vedemmo Ouspenski entrare nella sala, senza guardare né a destra né a sinistra ed apparentemente senza riconoscerci. Subito dopo, Thomas de Hartmann entrò e sedette al piano. Non avevo mai neppure sospettato che l’uno o l’altro avessero un qualche collegamento con Gurdjieff.

Poco dopo entrò anche Gurdjieff. Era vestito di nero. Non appena egli entrò, tutti i partecipanti alla dimostrazione si alzarono e si disposero in sei file. Vestivano cinture di colori differenti, e mi aspettavo di vederli disporsi conformemente ai colori dello spettro di luce, per una qualche ragione, però, il rosso era al posto sbagliato.

Hartmann incominciò a suonare. La prima danza era accompagnata da un magnifico tema musicale lento che assomigliava di più ad un inno greco che non ad una danza del Tempio orientale. La danza di per sé era molto semplice, quasi fosse ginnastica svedese. Ogni danza durava solo uno o due minuti. L’azione crebbe progressivamente di intensità. Dopo un certo tempo, le linee diritte erano rotte ed i danzatori si disposero secondo uno schema intricato. Prima che la danza incominciasse, uno degli uomini disse in Inglese: “L’esercizio che seguirà rappresenta l’iniziazione di una Sacerdotessa. Viene da un tempio sito in una caverna dell’Hindu Kush”. Fu questo l’evento più impressionante e commovente della serata. L’esercizio durò molto più a lungo che non gli altri. La parte della sacerdotessa, che quasi non si muoveva, era interpretata da una donna di alta statura e molto bella. L’espressione del suo volto trasmetteva la sensazione di completo ritiro dal mondo esteriore. Sembrava non accorgersi della complessa trama di movimenti degli uomini e delle donne che la circondavano. Non avevo mai visto una danza così bella, né udito una musica così stranamente inquietante.

Dopo l’iniziazione della Sacerdotessa, vi furono vari esercizi per soli uomini. Poi tutti si allinearono al fondo della sala mentre Hartmann suonava una serie di accordi. Gurdjieff urlò un ordine in Russo e tutti i danzatori saltarono e si misero a correre a tutta velocità verso gli spettatori. Improvvisamente, Gurdjieff gridò “Stop” a voce alta e tutti si arrestarono sul loro cammino. La maggior parte dei danzatori, trasportati dall’accelerazione della corsa, caddero e rotolarono sul pavimento. Quando si arrestarono divennero rigidi come se fossero in una trance catalettica. Vi fu un lungo silenzio. Gurdjieff diede un ordine e tutti si alzarono in silenzio e ripresero posto nelle file originarie. L’esercizio fu ripetuto due o tre volte, l’effetto su di noi non fu però più lo stesso…

 

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