La ricerca di Armonia Cosciente

Un’Intervista a Pauline de Dampierre condotta da Jacques Le Vallois

Jacques Le Vallois: Vi è indubbiamente un buon motivo per il quale il film di Peter Brook Meetings With Remarkable Men termina con una sequenza di danze sacre: ho avuto la sensazione che fosse una delle parti più forti dell’intero film. Non assomigliano a nessuna delle danze che vediamo normalmente eseguite inpubblico. L’esattezza e la precisione dei gesti sembra obbedire ad un certo ordine, e non sembrano essere movimenti naturali, danno invece l’impressione di essere il risultato di una formazione lunga e specifica. Devo dire che queste danze hanno toccato le mie emozioni in un modo non abituale. Sono perciò molto contento di poterLe fare alcune domande oggi, di scoprire di più a proposito: che cosa significano e come fanno a produrre questo tipo di effetto. In primo luogo vorrei chiedere: quale significato attribuiva loro Gurdjieff?

Pauline de Dampierre: Nel libro da cui è tratto il film, Lei troverà alcune indicazioni molto importanti di quel significato, e sono sorprendenti per noi perché non sembrano coincidere né con la nostra idea di arte né con l’aspetto devozionale della danza sacra. Descrivendo il suo soggiorno nel monastero indicato nel film, Gurdjieff parla dell’osservare il lavoro delle sacerdotesse. Esse dovevano apprendere un certo numero di posture e riprodurle in modo molto esatto. Egli sostiene che queste posture hanno un significato, e che costituiscono un alfabeto; allora la sera, quando le sacerdotesse danzano nella grande sala del tempio, i confratelli possono leggere in queste posture le verità che erano innestate in loro molte migliaia di anni fa e che sono trasmesse in questo modo da una generazione all’altra. Egli era stupito della precisione e della purezza delle posizioni, e commosso da esse senza comprendere ancora che cosa significassero. Ci troviamo in una situazione analoga. E, di fatto, il modo in cui siamo toccati è il nostro migliore approccio a tutto il nuovo mondo che questi movimenti possono aprire. Nel film, lei ha avuto solo un accenno ad alcuni di loro.

Jacques Le Vallois: Sì, erano palesemente incompleti. Come descriverebbe Lei queste danze?

Pauline de Dampierre: Come descriverle? Forse non vi è modo migliore della risposta che Gurdjieff diede al suo allievo Ouspensky, quando gli disse di immaginare che vi era un meccanismo per studiare i pianeti che rappresentava visivamente le leggi che governavano i loro movimenti, ricordando all’osservatore tutto ciò che egli sapeva del sistema solare. Egli disse che vi era qualcosa del genere nel ritmo delle danze sacre; ed egli dichiarò in maniera enigmatica che attraverso questi movimenti così meticolosamente definiti ed agli schemi generati dai danzatori, alcune leggi divengono visibili ed intelligibili a coloro che le conoscono. Aggiungerei anche che Gurdjieff faceva percepire molto di più ai propri allievi il significato di queste danze con la sua presenza e l’influenza che questa esercitava che non con spiegazioni. Egli guidava i suoi allievi a cercare sempre di porre in relazione il loro lavoro su loro stessi con l’elemento centrale della coscienza che costituiva il fondamento del suo insegnamento.

Jacques Le Vallois: Praticare questi movimenti è un modo di avvicinarsi all’insegnamento di Gurdjieff?

Pauline de Dampierre: Sì, uno dei modi. Può immaginare quanto sia difficile riassumere l’essenza di questo insegnamento in poche parole. Diciamo solo che consente ad una persona di percepire in sé l’esistenza di due poli. Un polo corrisponde alla propria reale possibilità, se si vuole cercarlo, il risveglio della coscienza, lo sviluppo dell’essere, la presenza a se stesso. L’altro polo corrisponde a ciò che di fatto viviamo, schiavi del nostro automatismo, della nostra passività, del nostro sonno. Cercare di risvegliarsi e di sfuggire al nostro sonno potrebbe essere la direzione di tutta la nostra vita, in ogni momento; queste danze forniscono condizioni speciali ed un eccezionale metodo di studio.

Jacques Le Vallois: Da dove arrivano, queste danze, o piuttosto “movimenti”, come li chiama Lei? Gurdjieff le ha trovate nei suoi viaggi, oppure le ha composte lui stesso?

Pauline de Dampierre: Entrambe le cose! Tutti i suoi viaggi e la sua ricerca erano allo scopo di acquisire la conoscenza delle leggi che governano la vita degli esseri umani. Queste stesse leggi stanno dietro le danze rituali che egli vide in molti luoghi, ed è in conformità ad esse che furono composte le danze. Egli apprese che la legge che governa la nostra schiavitù ed il sonno spirituale decreta che l’automatismo dei nostri pensieri e sentimenti sia strettamente collegato all’automatismo dei nostri movimenti e posture. Questo è il cerchio magico da cui un essere umano non potrà mai fuggire da solo. Una serie di nuove posture, però, che procedano da una reale conoscenza di un diverso ordine di leggi, può aprirci ad un ordine diverso al nostro interno che ci libera, unifica e risveglia al reale significato della nostra vita, così che il nostro essere reale possa agire e farsi udire. Questa è la “scienza del movimento” che Gurdjieff ha riscoperto.

Jacques Le Vallois: Vedendo queste danze per la prima volta, ho avuto la strana impressione di “jamais vu”: qualcosa che non avevo mai visto prima. Ciò che ho visto è stato un perfetto, armonioso insieme. Inoltre, sembrava vi fosse una sorta di osmosi fra i danzatori. Quanto tempo è necessario per raggiungere questo grado di perfezione?

Pauline de Dampierre: Direi che ci vuole tutta una vita perché qualcuno arrivi all’inizio, ma l’inizio di qualcosa di immensamente grande. Chiunque può incominciare a farle, ma quest’approccio condurrà una persona ad un lungo processo, ove egli scoprirà di non essere preparato. La preparazione deve essere graduale, un graduale aumento nella difficoltà di movimento ed anche nelle risorse interiori che vengono richiamate. Queste posture spesso necessitano di movimenti che non sono associati l’uno all’altro, che l’automatismo del corpo non esegue naturalmente; ed anche le sequenze delle posizioni sono difficili da memorizzare. L’automatismo stesso si deve adattare. Prima di incominciare a lavorare sul tipo di danze che Lei ha visto, sono necessari molti esercizi preparatori che richiedono grande attenzione. Il primo requisito è una posizione corretta, pura; altrimenti si perde il significato.

Jacques Le Vallois: Come si deve comprendere l’idea di purezza in relazione alla posizione?

Pauline de Dampierre: La posizione diviene qualcosa di meno inconscio. Schematicamente, diciamo che è una posizione ferma, equilibrata che consente alla persona di mantenere una presenza interiore mentre compie un gesto semplice, che viene eseguito senza tensione, senza nessun dispendio di energie inutile o involontario. Si deve percepire la posizione, averne un’impressione viva, perché questa sia corretta e pura. E questa sensibilità non si sviluppa da sola. E’ necessario avere un atteggiamento esteriore che corrisponda a quella interiore.

Jacques Le Vallois: E’ necessaria un’attenzione speciale che consenta l’esecuzione dei movimenti esatti?

Pauline de Dampierre: Questa è una prima fase.

Jacques Le Vallois: La musica che accompagna le danze è alquanto differente da tutto quanto abbia conosciuto prima, sebbene alcune armonie siano forse reminiscenti di quelle del Vicino Oriente. Come agisce questa musica sui danzatori?

Pauline de Dampierre: Attraverso le armonie, ma, soprattutto, attraverso la composizione della musica. Anche la musica può appartenere a differenti ordini di leggi. La sua struttura, le sue armonie, la sua melodia ed il ritmo devono accompagnare non solo i movimenti esteriori, ma anche gli impulsi interiori che si sviluppano progressivamente nel corso dell’esercizio. Se la qualità della vibrazione è giusta, essa risveglierà la controparte nei danzatori, non li rapirà né li distrarrà. Li riporta continuamente a loro stessi ed alla loro necessità di essere aperti.
Anche chi suona per i movimenti ha un ruolo attivo. Le faccio un esempio: Lei ha notato che ciascuno degli esercizi ha un certo tempo che, come tutti i tempi musicali, è indicato sulla partitura nel modo solito: lento, allegretto, e via di seguito, e qualche volta con la marcatura del metronomo. Il metronomo non è però una guida sufficiente. Lo stesso tempo che ha fornito un’impressione pacifica, raccolta, un’altra volta sembrerà insopportabilmente lento; oppure uno che ha consentito l’apparizione di vigore e forza sembrerà adesso affrettato. Il tempo corretto viene percepito quando è in armonia con lo stato interiore, e quando il musicista consente a quest’armonia di giungere attraverso ciò che egli suona. Allora il suono stesso si trasforma e dà sostegno allo sforzo dei danzatori.

Jacques Le Vallois: Si può dire che vi è una sensazione che è una sorta di punto centrale di riferimento, che corrisponde ad un movimento giusto?

Pauline de Dampierre: Se fosse tutto qui, i movimenti non avrebbero il loro significato reale; non sarebbero collegati alla questione base con cui questo insegnamento ci pone a confronto. Ancora ed ancora, mentre fa il movimento, l’allievo cerca di ritornare a se stesso e ricordare la direzione della sua ricerca. Egli deve avere un’attenzione più profonda, più rilassata, più sostenuta. Egli percepisce il grande potere del suo automatismo e scopre di esserne molto più prigioniero di quanto non pensasse, perché, nel momento in cui cede ad esso, è perduto. Se quest’attenzione è sostenuta, però, una nuova energia compare, superiore e più attiva, che lo risveglia a se stesso. Il corpo si rilassa completamente ed incomincia a partecipare in un modo libero; una nuova intelligenza accompagna il movimento. In quel momento, l’allievo si avvicina al “fare esatto” di cui parlava Gurdjieff.

Jacques Le Vallois: Si può parlarne come di uno “stato di grazia”?

Pauline de Dampierre:  Uno stato di grazia, sì. Soprattutto, il danzatore fa esperienza del fatto che questo stato richiede molto di più di quanto lui non avesse immaginato. L’esecuzione del movimento è una prova della verità che non consente di barare: vi deve essere esattezza nel gesto, obbedienza al ritmo, ordine assoluto che governa le file dei danzatori, unanimità di movimento; ed in ogni momento egli percepisce questa inadeguatezza. Se egli immagina di poter porre la sua fiducia in uno stato di grazia, il suo movimento goffo gli ricorda che il suo tempo è errato. Una delle grandi scoperte cui questo lavoro conduce è che si deve insegnare al corpo. E’ pieno di tensioni, pieno di tutti i risultati del suo modo di comportarsi, e non pronto ad essere animato da uno stato di grazia.
Se lo sforzo perdura abbastanza a lungo, viene un momento in cui questo stato diviene, per un istante, realtà. Allora vi è un reale mettersi insieme: corpo, sentimento, e pensiero sono uniti. L’allievo fa esperienza di una necessità che non aveva mai avvertito prima, il bisogno di non essere altro che uno strumento; e non si è mai sentito così vivo, così indipendente, così veramente libero.

Jacques Le Vallois: Questo stato molto speciale è in relazione con un qualcosa che potrebbe essere chiamato un’energia o una vibrazione differente?

Pauline de Dampierre: E’ senz’altro in relazione a questo. Talvolta si impiegano altre espressioni: densità di materia e densità di vibrazioni, grado di vivificazione; il termine energia è però più evocativo della nostra esperienza. I nostri stati ordinari sono connessi ad una certa qualità di energia che ha le sue proprie caratteristiche: ad esempio un tipo di pesantezza. Uno stato più interiorizzato è necessariamente legato ad una qualità più fine che proviene da un livello più elevato; altrimenti non può essere mantenuto. Se è mantenuto, si stabiliscono nuove relazioni fra le funzioni del corpo, del pensiero e del sentimento.
Prenda l’esempio del ritmo. Come può essere definito il ritmo? Non è semplicemente un’alternanza regolare di battute forti e deboli, di tensione e rilassamento; è un pulsare di energia, un flusso e riflusso di energia che non è generalmente percepito in questo modo. Gurdjieff dava una spiegazione molto semplice per indicare l’importanza del ritmo. Era in piedi, tenendo un braccio disteso di fronte a sé. Disse:
Vedete, se distendo il braccio in questo modo, spendo una certa quantità di energia. Se lo abbasso, nuovamente spendo energia, ed ancora una volta lo sollevo. Se faccio però un movimento continuo di su e giù, ho bisogno di molta meno energia.
Con questo egli ci mostrò che si poteva stabilire un momento nel moto, un qualcosa come una nota musicale sostenuta, che avrebbe sostenuto uno stato interiore. In pratica, questo momento può essere di qualità alquanto differenti; dipende dall’impulso cui risponde. Se il ritmo è rigido e matematico, se è “anti-ritmico”, non si stabilisce nessun momento. Al contrario, può essere disordinato e fuori controllo. Vi può essere però un ritmo molto più sottile collegato ad un’attenzione interiore molto fine. Nei momenti di grazia di cui Lei parlava, vi è talvolta una tale unità interna che si potrebbe dire che il corpo si muove con il ritmo in un’armonia cosciente.

Jacques Le Vallois: L’intelletto o, diciamo piuttosto, la mente, funge da ostacolo?

Pauline de Dampierre: Continuamente! E’ troppo pesante, ed esercita un’attrazione costante. L’attenzione necessaria non viene dalla mente; non ha nome e non ha forma.

Jacques Le Vallois: Ciò che viene richiesto in questi movimenti è l’anima dell’insegnamento di Gurdjieff?

Pauline de Dampierre: Come ho detto in precedenza, i movimenti forniscono condizioni specialmente favorevoli e specialmente concentrate.  Ciò che è centrale a quest’insegnamento deve essere vissuto anche in ogni sorta di altre condizioni, in cui le attrazioni del mondo esterno sono molto più forti. L’esperienza dei movimenti non avrebbe senso se fosse limitata a condizioni particolari. La sua utilità sta nel rivelare le possibilità e le difficoltà dell’intera questione umana. Confronta il problema della manifestazione.

Jacques Le Vallois: Lei accentua l’importanza delle posizioni e della loro esattezza. Si può dire che contengono un significato simbolico?

Pauline de Dampierre: Tutto dipende da che cosa si sta cercando di comprendere. Le analisi non sono molto utili. Non nego che ciascuna di queste posizioni possa avere un significato definito e preciso, come i mudra del repertorio hindu di gesti, che costituisce un linguaggio per la trasmissione di alcune informazioni che appartengono ad un corpo di conoscenza. Non si deve dimenticare però che la conoscenza di cui questo linguaggio parla è sempre stata collegata alla percezione dei fenomeni universali ed umani, che si interpenetrano ed agiscono l’uno sull’altro. Questi gesti simbolici erano rivolti a persone che erano immerse in questa conoscenza, il che non vale per noi. Ad esempio, nell’arte buddista alcune statue hanno un oggetto oblungo in una mano, che è un vaso. Si dirà, ad esempio, che questo contiene il nettare della compassione del Bodhisattva, si comprende anche però come questa compassione sia legata al simbolismo dell’acqua che penetra, fertilizza ed unisce. Noi non abbiamo questa comprensione.  

Jacques Le Vallois: La spiegazione intellettuale del simbolo non sembra essere soddisfacente. Si potrebbe dire la stessa cosa dei movimenti: per essi non vi è una spiegazione intellettuale.

Pauline de Dampierre: Ve ne potrebbe essere una, persino una molto precisa: ma sarebbe per “coloro che già sanno” e la trovano da soli. Si potrebbe dire che nel simbolo incominciano ad incontrarsi due parole. Mediante il simbolo, fra questi due ordini appare una permeabilità.  

Jacques Le Vallois: Si può anche dire che i movimenti siano un’espressione artistica di conoscenza?

Pauline de Dampierre: A mia volta, Le farò una domanda: Lei ha visto alcune di queste danze nel film. Che cosa ne ha pensato? Ha trovato in esse una certa bellezza?

Jacques Le Vallois: L’impressione prevalente, direi, era di un’indubitabile armonia del tutto, che sembrava corrispondere a qualcosa di vero e di adeguato. Ho anche percepito però la bellezza dei gesti, ed ero molto commosso dall’armonia che li accompagnava.

Pauline de Dampierre: Tuttavia, mentre si eseguivano i movimenti, lo scopo non era quello di creare un’opera artistica. Aggiungerei che nessuno dei danzatori abbia mai pensato a se stesso come ad un artista; nessuno considerava se stesso uno specialista in danza sacra. I danzatori sono normalmente persone che conducono vite private e professionali attive, ed allo stesso tempo intraprendono questa disciplina per arricchire la loro ricerca.
Lei ha parlato di armonia. Quali condizioni sono necessarie perché quest’armonia compaia? In primo luogo, vi è un canone, un ordine rispettoso di leggi. Questo canone proviene da una conoscenza: quella della relazione fra forma e sostanza, fra i movimenti del corpo e quelli della psiche umana. Il suo scopo è l’evoluzione della coscienza. Questo canone, però, e questa conoscenza non sono sufficienti. Il danzatore ha un ruolo essenziale da giocare; senza di lui, l’armonia non apparirà. Egli non deve sottomettersi meccanicamente o passivamente a questo canone; deve cercare. Vi è una domanda che lo riguarda profondamente, ed egli deve obbedirvi coscientemente. L’armonia e la bellezza proverranno da questo.

Jacques Le Vallois: La scienza di cui Lei ha parlato, se ho compreso, è una conoscenza di leggi cosmiche. Lei direbbe che questa scienza, unitamente ad un certo atteggiamento di apertura alla ricerca, possa creare le condizioni necessarie per l’apparizione di una forma d’arte molto elevata?

Pauline de Dampierre: Gurdjieff aveva un’idea molto elevata di ciò che egli chiamava arte oggettiva. Una delle sue caratteristiche è che ha lo stesso effetto su tutti. Egli ha descritto un momento della sua giovinezza in cui egli ed i suoi compagni di ricerca si trovarono di fronte ad una speciale opera d’arte in un deserto dell’Asia Centrale. All’inizio, essi pensarono si trattasse di un’immagine molto antica di un dio o di un demone; poco alla volta, però, essi videro che ovunque in essa si poteva trovare un intero sistema cosmologico, in tutti i suoi dettagli, persino nelle caratteristiche del volto. Essi scoprirono che potevano decifrare questo sistema, e che divenivano coscienti della sensazione che aveva animato i creatori della statua. Pareva loro di vederli e di udire le loro voci; in ogni caso, essi percepivano che cosa questa gente aveva voluto comunicare loro.
L’ambizione di coloro che studiano questi movimenti non è creare un’opera di questa sorta, nel corso della loro pratica, però, talvolta avviene un fenomeno molto speciale. Può avvenire che tutto venga insieme così perfettamente, con una comprensione così condivisa, che le loro differenze scompaiono. Non si nota più una persona o un’altra. E’ come se un solo individuo avanzasse, sollevasse il braccio, volgesse la testa; un solo sentimento si muove attraverso il tutto e lo attiva. Ciò che avviene è un evento. Non andrò tanto in là da dire che è la manifestazione di una legge oggettiva, ma si apre una prospettiva in questo orizzonte.

Jacques Le Vallois: Sembra un orizzonte molto lontano. Senza nulla che dia orientamento, che possibilità hanno oggi le persone di raggiungerlo?

Pauline de Dampierre: In primo luogo, direi che questa possibilità si apre solo in alcuni momenti. Talvolta le persone che assistono ai movimenti hanno un’impressione di un tutto, di un’armonia, del rilascio di una forza non comune. Sono commossi, perché non stanno assistendo alla prestazione di professionisti, né ad un saggio dei risultati del lavoro di una scuola, ma di fronte a loro avviene un evento vivente, con tutti i suoi rischi, i suoi momenti di salita e di caduta. I danzatori stessi lo sanno perfettamente bene; percepiscono l’instabilità di tutto ciò che sta avvenendo in loro. Questo è il prezzo dei momenti elevati di cui possono fare esperienza.
E vi è un altro aspetto, che si riferisce in modo più preciso alla Sua domanda. Fino ad ora abbiamo parlato di questa visione molto elevata che si rivela, di un possibile culmine della ricerca. Allo stesso tempo, però, questi esercizi aprono una prospettiva molto semplice ed accessibile. Chiunque può approcciarli, qualunque siano le sue capacità; e da quel punto di vista, si può dire che rispondono ad una mancanza nel mondo d’oggi, ad una necessità di rinnovamento. Questi esercizi sono una delle discipline che si trovano oggi, ve ne sono ancora troppo poche, che sottolineano la necessità di associare il corpo con un’aspirazione interiore, spirituale. Questa necessità è stata dimenticata; il corpo vive separatamente, e non percepiamo l’inadeguatezza in quella situazione, né i limiti che essa impone su ogni piano della nostra esistenza. Non ci è dato il sapore delle possibilità dormienti del corpo; non sappiamo come ascoltarlo né come chiamarlo. Tuttavia una relazione può essere stabilita, e non solo durante la pratica di una disciplina. Coloro che partecipano al lavoro dei movimenti vi diranno che la  comprensione che è giunta loro rimane con loro in altri momenti, nelle situazioni più ordinarie. Non vi è circostanza nella nostra vita che debba essere eliminata, neppure quando si prende la metropolitana, si è seduti alla propria scrivania o si cammina per strada.

Allora, vede, torniamo al livello in cui viviamo.

Copyright © 1985, 2002 Pauline de Dampierre
Quest’intervista, tradotta dal Francese, fu pubblicata per la prima volta da The American Theosophist, Wheaton, IL LXXIII (5), maggio 1985, pp 175-181. Pauline de Dampierre fu uno dei membri della cerchia intima che si raccolse attorno a Gurdjieff nei giorni dell’occupazione di Parigi. Con formazione di avvocato e giornalista, il suo interesse e la sua occupazione centrale sono rimaste lo studio e la pratica delle idee di Gurdjieff. Jacques le Vallois è il caporedattore del mensile francese Aurores, un periodico dedicato allo studio delle civiltà tradizionali ed alla ricerca spirituale.

Puoi trovare il film “Incontri con uomini straordinari” nella sezione video del sito.

 

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