Il primo incontro con i Movimenti e le Danze Sacre [parte 2]

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Per me la serata toccò il culmine con la serie di Movimenti chiamati Il Grande Sette o Il Grande Gruppo. Provenivano da un ordine religioso fondato presso il monte Ararat, gli Aissori, una setta cristiana con elementi sufi. La serie di Movimenti era basata su un simbolo molto antico, l’Enneagramma, strutturato matematicamente come i Movimenti dell’ordine dei Puri Esseni, risalente a centinaia di anni prima di Cristo.
Per tutta la serata fui attraversato da pensieri e sentimenti, ricordando per associazione vivide esperienze emotive: danze di uomini e donne viste in India e in Cina, canti di donne incredibilmente melodiosi sentiti nei templi, tamburi, il Taj Mahal, la Sfinge e le piramidi; e poi immagini di Buddha, i cori e l’eco dell’organo nelle vecchie cattedrali a Pasqua, tutto ciò che della religione, della musica e dell’arte mi aveva profondamente toccato era stato gradualmente risvegliato. La musica del Grande Gruppo iniziò lenta e solenne, come un richiamo, e continuò in un crescendo e calando ondulato di note; la mia mente seguiva con attenzione i complicati movimenti degli allievi, quando un senso di gioia mi pervase. La felicità che sentivo si mescolava a qualcosa di opposto: non proprio alla tristezza, ma a una profonda serietà. Era come se il Movimento mi stesse comunicando qualcosa e io cercassi di capire, di decifrare uno scritto. Poi la musica si dilatò in un trionfante crescendo, ed ebbi un’illuminazione. «E questo che ho sempre cercato», pensai, «è questo che ho inseguito fino ai confini del mondo. Sono giunto al termine della mia ricerca». Era una convinzione netta, priva di incertezze, e da allora non sono mai stato assalito da nessun dubbio.

Durante l’intervallo che seguì al Grande Gruppo, non sentivo alcun bisogno di parlare e distrarmi: anche il resto del pubblico parlava a bassa voce, senza inutili chiacchiericci. Erano tutti disorientati, perché i Movimenti non rientravano in nessuna categoria di danza conosciuta.

Poco dopo Orage tornò sul palcoscenico e cominciò a descrivere l’esercizio dello Stop. Lo spiegò così: «In questo esercizio, al comando “stop”, l’allievo deve arrestare ogni movimento. Il comando può essere dato ovunque e in ogni istante. Al di là di cosa stia facendo, se sta lavorando, se è a riposo o a tavola, l’allievo deve fermarsi immediatamente. Deve mantenere la tensione muscolare, l’espressione facciale, il sorriso, lo sguardo, fissi come nell’istante in cui l’ordine l’ha sorpreso. Le posture che si manifestano servono ai neofiti per il lavoro mentale, per velocizzare il lavoro intellettuale sviluppando al contempo la volontà. L’esercizio dello Stop non inventa nuove posizioni, si tratta solo di un movimento interrotto.
Di solito cambiamo postura in modo così inconsapevole da non notare le posizioni che assumiamo tra una posa e l’altra. Con l’esercizio dello Stop la transizione tra due posture viene interrotta. Il corpo, immobilizzato da un comando improvviso, è costretto a fermarsi in una posizione che non aveva mai assunto, e questo consente una migliore osservazione di sé.

L’uomo può vedersi sotto una nuova luce, può sentire e percepirsi in modo diverso, rompendo così il circolo vizioso del suo automatismo. L’arbitrarietà dei nostri movimenti è un’illusione. Analisi psicologiche e lo studio delle funzioni psicomotorie presentati dal sistema Gurdjieff dimostrano che ogni nostro movimento, volontario o involontario, è la transizione inconscia da una postura automatica all’altra: l’uomo assume tra le posizioni possibili quelle che si accordano con la sua personalità; e il numero di posture è ridottissimo.

Tutte le nostre posture sono meccaniche. Non ci rendiamo conto di quanto strettamente connesse fra loro siano le nostre tre funzioni, motoria, emozionale e mentale. Dipendono una dall’altra, una è il risultato dell’altra, sono in costante azione reciproca. Quando cambia una, cambiano anche le altre. Le posture del vostro corpo corrispondono ai vostri sentimenti e ai vostri pensieri. Un cambiamento nei sentimenti produrrà un cambiamento corrispondente nell’attitudine mentale e nella postura fisica. Cosicché, se desideriamo cambiare le abitudini del sentimento o il solito modo di pensare, prima dobbiamo cambiare le abitudini nella postura. Ma nella vita ordinaria è impossibile acquisire nuove posture fisiche perché l’automatismo dei processi mentali e dei movimenti abituali vi si oppone. I processi del pensare, del sentire e del muoversi sono, per così dire, tutti vincolati e inoltre devono funzionare entro i limiti delle posizioni automatiche.

Il metodo dell’Istituto per predisporre lo sviluppo armonico consiste nell’aiutare l’uomo a liberarsi dall’automatismo, l’esercizio dello Stop è un aiuto. Con il fisico mantenuto in una posizione inconsueta, i corpi sottili dell’emozione e del pensiero possono dilatarsi in un’altra forma.

È importante ricordare che per attivare la volontà ci vuole un comando esterno. Senza volontà l’uomo non può mantenere queste posizioni intermedie. Non può imporsi lo Stop, perché le posture combinate delle tre funzioni sono troppo forti per essere mosse dalla volontà. Ma il comando “stop” che arriva dall’esterno svolge il ruolo delle funzioni mentali ed emozionali, il cui stato di solito influenza la postura fisica; la postura fisica allora, non più schiava delle posture mentali ed emozionali, è indebolita e, a sua volta, indebolisce le altre posture; e per un breve istante la volontà può dominare le nostre funzioni».

A questo punto Gurdjieff salì sul palcoscenico e potei osservarlo da vicino. Indossava un completo scuro e un cappello floscio nero: era un uomo possente ma che si muoveva agile sui piedi, come una tigre.
Guardò il pubblico con un mezzo sorriso e ci scrutò tutti con i suoi penetranti occhi scuri. Non rientrava in nessun tipo a me noto: di certo non il tipo «mistico», lo yogi, il filosofo o il «maestro»; poteva essere un uomo che ha compiuto spedizioni archeologiche nell’Asia Centrale. Dopo che gli allievi si furono raccolti a un lato del palcoscenico, Gurdjieff lanciò qualcosa in aria e gli allievi corsero ad afferrarla. Egli gridò «stop» e, come per magia, il gruppo si trasformò in statue ferme in posizioni diverse. Passò circa un minuto. «Davolna», disse Gurdjieff, e tutti si rilassarono e uscirono. L’esercizio fu ripetuto parecchie volte.

Poi seguirono le Chorovods, danze popolari e folcloristiche; prima di ogni danza Madame de Hartmann salì sul palcoscenico per una breve spiegazione. Cominciò così: «In Asia quasi ogni comunità ha le sue danze. L’Istituto ne ha raccolte oltre duecento. La prima che presentiamo, che di solito viene eseguita da giovanette, arriva dalla regione di Kumurhana in Turchia, sebbene abbia origine nell’antica Grecia: le posizioni delle danzatrici richiamano molto le raffigurazioni sulle urne e sui vasi antichi». Fu esattamente così e la melodia ritmata sarebbe potuta uscire dal flauto di Pan. Seguì una danza del raccolto, dall’oasi di Kerie, con uomini e ragazze attorno a una donna. La danza dei Tikins della Transcaspiana proveniva dal tradizionale Festival dei Tappeti. Era una tradizione di Tikins portare in città i tappeti che erano stati tessuti durante l’anno nei vari distretti, e festeggiare. I tappeti venivano pettinati e poi pressati, in modo da rendere visibili solo le fibre sottili della lana. La pressatura avveniva in molti modi diversi: nel Khorassan, per esempio, si correvano le corse dei cammelli sui tappeti distesi, in Persia venivano spiegati lungo le strade per farli calpestare dalla gente, dai cammelli e dagli asini. Presso i Tikins, i tappeti – considerati i più raffinati – venivano stesi e calpestati a tempo di musica.

[Fine seconda parte – Leggi la prima parte]

(Diario di Charles Stanley Nott, allievo di Gurdjieff)

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