Il super sforzo attraverso i movimenti e le danze sacre

movimenti-sforzoPer coloro che non ricevono più risposte perché non fanno più domande, vi sono ancora i “movimenti”. Questi “movimenti” mettevano insieme i gruppi di costituzione differente in un gruppo più ampio ed in un certo senso più aperto, ed anche le qualifiche dei membri sembravano alquanto differenti.

Il gran numero di nuovi arrivati richiedeva una continua divisione delle classi e la formazione di sempre più corsi per principianti. Anche in questo caso vi erano due correnti opposte, come quelle che ho cercato di descrivere a proposito del “lavoro”.

Il fatto era che i “movimenti” soddisfacevano così bene coloro che bramavano la stabilità interiore (all’inizio alcuni di loro non sospettavano neppure dell’esistenza di Gurdjieff e non avevano idea che i “movimenti” facessero parte di un insegnamento più ampio) che venivano a stormi a partecipare, ed erano stranamente puntuali e stranamente perseveranti per qualche tempo.

Con la loro assiduità, mi ricordavano due generi di persone alquanto differenti fra loro, da un lato i novizi in un convento, e dall’altra i membri di una squadra di rugby. Però, poteva essere questo l’obiettivo di Gurdjieff? Si era egli dato tutta questa pena per il bene dei dimostratori, per disporre, manipolare e, con un occhio acuto, selezionare i migliori? I migliori per che cosa?

Ogni descrizione, per intelligente che sia, non riuscirebbe a dare un’idea di questi “movimenti”. Tutto ciò che posso dire è che grazie a loro, nei nostri centri di movimento avveniva un lavoro di precisione straordinaria, diveniva apparente un sapiente scollegamento nel funzionamento dei nostri muscoli ed acquisivamo una consapevolezza intima del funzionamento dei nostri corpi. Più stretta era l’esecuzione del movimento, più grande il possibile controllo e supremazia su ogni aspetto del coordinamento. Una volta che la macchina era avviata e funzionava da sola, l’esercizio veniva complicato ad un livello che gli inizianti non avrebbero neppure sognato, così interamente in preda alle gioie di un’apparente armonia. Con intensa difficoltà, per primo si portava in gioco il centro intellettuale, poi il centro emozionale, o, possibilmente, entrambi insieme.

Come posso spiegare questo a qualcuno che non ne abbia fatto esperienza? Per qualcuno di esterno, che significato vi può essere nello sforzo di queste persone a compiere movimenti asimmetrici con le braccia e con le gambe, nello stesso tempo facendo aritmetiche mentali sempre più complicate e, a coronamento del tutto, sentirsi dire di eseguire il tutto con uno spirito religioso? Che frase meravigliosamente convenzionale! Quale religione? Non aveva alcuna importanza. Non era sufficiente emergere dalla metropolitana, si doveva anche emergere dal proprio tunnel privato. Per coloro che si sforzavano di ottenere il coordinamento fisico più intimo mantenendo allo stesso tempo il ritmo ed i passi e facendo calcoli mentali, l’ulteriore consegna di eseguirlo “in uno spirito religioso” non comportava nessun malinteso. La difficoltà non stava nell’afferrare il significato, ma nell’agire su di esso.

“Ora dite Signore abbi pietà” diceva Gurdjieff. Quelli docili immediatamente gridavano “Signore abbi pietà” (“Non gridate abbastanza forte”). Poi vi erano i credenti, per i quali, dopo tutto, le parole avevano un significato: erano sorpresi da preghiere in ginnastica. Sembrava si chiedesse loro di eseguire un esercizio spirituale nel modo errato, di compiere prima uno sforzo fisico, poi uno mentale ed in ultimo di introdurvi le emozioni. Non vi erano comodi cuscini su cui inginocchiarsi, incanto, vetrate o musica dolce. Sotto la tensione di musica medio-orientale suonata su di un piano sintonizzato con seconde aumentate (che non incontrava il gusto di tutti), i muscoli si irrigidivano quando le braccia prendevano la posizione necessaria, si rilassavano nuovamente per un abile movimento delle gambe, mentre i calcoli mentali procedevano per tutto il tempo. Ciascuno prendeva il proprio turno in una sorta di canone ginnico senza perdere la propria posizione nella fila; nessuno era nella situazione di poter imitare quello di fronte, ma il minimo errore ti metteva fuori dalla fila, se non dal gruppo, o addirittura da tutti i quarantadue esecutori. A complemento di tutto ciò, alla parola d’ordine, tutte le inibizioni e la paura del ridicolo dovevano essere messi da parte e si doveva gridare ad alta voce “Dio abbi pietà”.

Non vi erano occhi bassi o falsa estasi. Talvolta, se i “movimenti” andavano bene, se l’esercizio n° 27 (non vi erano nomi, solo numeri) raggiungeva il livello necessario, diveniva possibile afferrare un bagliore dello scopo, ovvero la liberazione collettiva dalla meccanicità, ed il funzionamento di una macchina che si trovava adesso sotto il pieno controllo. Lo spirito, adesso servito dal corpo, raggiungeva una sfera più elevata, ma non vi era nulla che assomigliasse alla sensazione di essere commossi o esaltati. Piuttosto, assomigliava alla sensazione di aver raggiunto un’altezza difficile da vincere che doveva essere rapidamente abbandonata a causa di vertigini. L’esperienza era quella di un super-sforzo dell’uomo che, per salvarsi la pelle, corre più forte di quanto non abbia mai pensato di potere. Giungeva come un flash, soprattutto se Gurdjieff non era lì. Quando c’era, complicava sempre gli esercizi e ne inventava di nuovi, e mai, mai ci dava il tempo di respirare o di fare il punto.

Egli camminava fra i danzatori, raddrizzava una fila qui, piegava un torso là, correggeva la posizione di un braccio o di una gamba e poi si spostava alla fila successiva, facendogli fare la figura successiva di modo che quando eravamo tutti nuovamente in movimento l’esercizio si spostava da una fila ad un’altra, come un’onda. Non preoccupatevi del corpo, è il vostro stato che conta. Non siete altro che geroglifici di un linguaggio inesauribile che continuerò a parlare attraverso di voi ed il cui segreto custodirò con la mia vita. Sebbene possiate essere goffi, lenti e senza vita, continuate, scrivete, scrivete nei vostri muscoli, nelle vostre teste e, se possibile, nei vostri cuori. Questi sono testi che devono essere decifrati interiormente; solo coloro che li trasmettono possono comprenderli. Siete cifre viventi.

Alcuni degli istruttori erano sorprendenti; generalmente erano le ragazze ad essere le più dotate. Annotavano i geroglifici su piccoli diagrammi, ricette per gli esercizi, un registro collettivo. Occasionalmente vi erano dimostrazioni pubbliche. Gurdjieff, in uno dei suoi capricci irreprimibili, fece vestire tutti in costume turco. Semplicemente bisognava sopportare. L’incomprensione raggiunse l’apice. Quelli che erano semplicemente curiosi, e per cui il lato estetico era quello di maggior importanza, se ne andarono, oltraggiati, gli altri spettatori meno snob poterono immaginare che qualcosa di importante sarebbe avvenuto, nonostante gli strani abiti, qualcosa di incompleto ma di possibilmente prodigioso. E per il corpo di ballo, questi Parigini in pantofole turche, Gurdjieff gettò semplicemente loro delle manciate di dolci bolliti.

Copyright © 1964 Times Press Ltd.

Pierre Schaeffer (1910-1995) era un ingegnere, musicista, compositore, ricercatore e teorico che sviluppò la Musica Concreta. Egli fu anche un pioniere nello sviluppo della radio, televisione e cinema in Francia, nonché romanziere, saggista e critico culturale.

Tratto da: L’Uomo Anziano ed i Bambini del Tempo di Pierre Schaeffer

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