Il primo incontro con i Movimenti e le Danze Sacre [parte 1]

Charles Stanley Nott incontra i movimenti e danze sacre di Gurdjieff

«La danza in Oriente conserva ancora un significato totalmente diverso che in Occidente.
Nei tempi antichi la danza era una branca della vera arte, finalizzata a una conoscenza elevata e alla religione. Come noi oggi condividiamo la conoscenza mediante i libri, gli antichi trasmettevano il sapere attraverso le opere d’arte, soprattutto le danze; per i cristiani delle origini, ad esempio, la danza nelle chiese rappresentava una parte importante del rito.

L’antica Danza Sacra non si limita a essere tramite di un’esperienza estetica ma è come un libro, uno scritto che racchiude una determinata porzione di conoscenza. Si tratta tuttavia di un libro che non può essere letto da chiunque. Uno studio dettagliato delle Danze Sacre, di movimenti speciali e di posizioni, uno studio che ha richiesto molti anni di ricerca, ne ha dimostrato l’importanza nel lavoro per lo sviluppo armonico dell’uomo, lo sviluppo contemporaneo di tutti i suoi poteri, uno dei principali obiettivi del signor Gurdjieff.

Nel suo sistema gli esercizi e le ginnastiche sacre sono impiegati come mezzo per educare la forza morale dello studente, per svilupparne la volontà, la pazienza, la capacità di pensare, la concentrazione e l’attenzione, l’udito, la vista, il tatto e via dicendo.

Il programma di stasera riguarderà principalmente danze di gruppo. All’Istituto queste danze precedono i Movimenti individuali più complicati, che sono in gran parte danze assolo.
Il pubblico è pregato di non applaudire».

Dopo una lunga pausa entrò il signor de Hartmann assieme a una piccola orchestra.
Thomas de Hartmann, un aristocratico della vecchia scuola, era stato paggio alla corte dello zar ma aveva rinunciato alla vita di corte per dedicarsi alla musica. Era un brillante pianista e compositore. Sua moglie, Madame de Hartmann, da giovane era stata una cantante d’opera emergente: i due incontrarono Gurdjieff a Mosca, allo scoppio della Rivoluzione abbandonarono tutto e lo seguirono per le montagne, diretti a Tiflis.

Restai molto colpito dal modo in cui il signor de Hartmann rimase seduto al pianoforte durante la lunga pausa. L’orchestra era irrequieta e noi del pubblico bisbigliavamo tesi fra di noi, guardandoci attorno per curiosare fra i presenti, Hartmann invece sedeva assolutamente tranquillo, rilassato, pur accogliendo tutto dentro di sé.

Alla fine gli allievi salirono sul palcoscenico e si disposero in file. Erano vestiti con pantaloni e tuniche bianche, corte quelle degli uomini e lunghe quelle delle donne, che apparvero con i capelli raccolti da nastri dorati. Nelle danze orientali successive gli uomini e le donne indossarono costumi fastosi, disegnati da Gurdjieff e ispirati a quelli ancora in uso in Oriente all’inizio del secolo, costumi che io stesso ricordavo di aver visto.

All’ordine ruki storn (o ruki v storonu) gli allievi stesero le braccia in fuori; cominciò la musica e, tenendo le braccia stese, batterono con i piedi ritmi complicati. Andarono avanti in quel modo per più di quindici minuti. Seguì un «gruppo macchina», in cui i Movimenti sembravano rappresentare il funzionamento di macchinari o di loro singole parti, con allievi che da soli o a gruppi di due o tre erano impegnati in movimenti diversi ma che costituivano un insieme armonioso. A un primo gruppo di sei esercizi obbligatori seguirono altri sei; «obbligatori» perché prima di poter eseguire danze e Movimenti più complicati, gli allievi erano obbligati a frequentare un corso.

Erano definiti «esercizi di ginnastica», ma mi apparvero totalmente diversi da ciò che per me era la ginnastica. Dei primi sei, tre provenivano dal tempio di Medicina a Sari in Tibet, e tre da una scuola esoterica del Kafiristan, i Veggenti. Questi esercizi, i Movimenti e la musica, mi produssero un effetto elettrizzante. Era come se li avessi già visti, erano nuovi eppure familiari, e desiderai di farli io stesso con tutto l’istinto e il sentimento.

A questi esercizi seguì un gruppo più articolato, l’Iniziazione di una sacerdotessa, frammento di un mistero, chiamato anche I Cercatori di Verità, in cui la moglie di Gurdjieff faceva la parte della sacerdotessa.

Durante lo svolgimento di quei Movimenti, posture, gesti e danze, fu come se tutti i presenti stessero prendendo parte a una cerimonia religiosa. La musica mi commosse nel profondo, e commosse tutti gli spettatori. Il cambiamento di atmosfera nella sala fu avvertito nettamente.
Poi ci fu ima serie di danze dervisce con costumi appropriati. La serie comprendeva la danza derviscia Ho Ya del Chian (o Tu Dio Vivente), una Grande Preghiera di un ordine di monaci che si definivano «coloro che sopportano la libertà» e che la gente chiamava «coloro che hanno rinunciato»; il Passo del Cammello dall’Afghanistan; Movimenti rituali dei monaci velati dell’Ordine Lakum; una cerimonia funebre per un derviscio morto nel monastero di Subari in Thershzas; danze di dervisci guerrieri e Movimenti rituali dei Dervisci Rotanti. Le danze dervisce vennero eseguite dagli uomini, solo qualche donna ebbe una parte minore. I ritmi e i movimenti erano vigorosi, forti, positivi, maschili. Ce n’era uno che raffigurava l’uomo come forza, per così dire, realmente attiva.

Poi ci fu la rappresentazione di un pellegrinaggio. Ci venne detto: «Nell’Asia, soprattutto Centrale, le persone che hanno fatto voto di soffrire volutamente per una grazia ricevuta o sperata, intraprendono pellegrinaggi particolari. Si dirigono a un luogo santo in modo insolito e doloroso, per esempio rotolando, camminando all’indietro oppure sulle ginocchia. Vi mostreremo un tipo di pellegrinaggio comune in Caucaso e nel Turkestan. Si chiama “misurare la via secondo la propria lunghezza”. Talvolta la strada è molto lunga, anche più di mille chilometri. Il pellegrino affronta il viaggio da casa al luogo santo con qualsiasi condizione atmosferica, magari con un bagaglio di cinquanta chili e spesso portando un oggetto fragile, un dono per il tempio. Sebbene un pellegrinaggio del genere spesso provochi ferite che, secondo le idee occidentali, dovrebbero infettarsi, gli osservatori non hanno riscontrato un solo caso in cui le ferite non fossero guarite il giorno dopo». Due o tre allievi salirono sul palco e si inginocchiarono, poi si stesero a terra. Raccolsero le gambe, si drizzarono in piedi nel punto dove le dita delle mani si erano appoggiate, e ripeterono il movimento in circolo. Si racconta che il famoso santo sufi, Rabia, «corona degli uomini anche se donna», fece questo pellegrinaggio da casa sua a La Mecca su una distanza di alcune centinaia di chilometri.
Seguì poi La Pizia, frammento di una cerimonia che si teneva nei santuari di Hudarika nel Chitral. Venne rappresentata come il sonno magnetico della sacerdotessa che, all’inizio dell’anno, predice gli avvenimenti futuri ai confratelli del santuario. Le danze delle donne – fu detto – erano una sintesi di esercizi preparatori delle novizie di vari conventi, e certi Movimenti facevano parte del loro rito. Avevo visto qualcosa di simile nel nord dell’India e in Cina, ma né in Oriente né in Occidente avevo visto nulla di paragonabile per bellezza, grazia e fascino. Avevano nomi come l’Oca Sacra, gli Amori Perduti, la Preghiera, il Valzer.
Se le danze dervisce avevano espresso virilità e mascolinità, queste manifestavano le qualità passive della donna: tenerezza e femminilità. E la musica, con le sue dolci melodie, aveva la qualità di un profondo richiamo.

[Fine prima parte – leggi la seconda parte]

(Dal diario di Charles Stanley Nott, allievo di Gurdjieff)

 

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