Il Desiderio di Lavorare

lavoro su di sé

Possiamo iniziare ad unificare noi stessi, creando uno speciale centro di gravità, detto “desiderio di lavorare”.

In una normale macchina biologica umana non evoluta, in cui il senso di sé non è altro che un vago concatenamento di tutte le isolate e frammentarie identità, non troviamo quell’unità che ci farebbe invece sentire sempre gli stessi, qualunque cosa accada.

A volte ci sentiamo in un certo modo, riguardo a qualcosa, e il momento immediatamente seguente ci sentiamo del tutto diversi riguardo a quella stessa cosa. La nostra mancanza di unità produce in noi una corrispondente mancanza di volontà. Niente, nell’uomo meccanico, somiglia ad un centro di unità permanente. Possiamo iniziare a formare quest’unità mediante la creazione, in noi, di un centro di gravità temporaneo, che chiameremo il nostro “desiderio di lavorare”.

Un desiderio di lavorare è costituito da uno scopo artificiale che è divenuto (in modo solo temporaneo, naturalmente) più importante di qualunque altra cosa nella vita, almeno fin quando non verrà soddisfatto il nostro proposito, il precoce sviluppo di unità e volontà. Per questo esperimento è necessario che impariamo a fare tutto solamente in relazione a questo speciale desiderio artificiale di lavorare.
Se volessimo continuare la vita nel modo ordinario, tutti i nostri impulsi conflittuali interiori alla fine si neutralizzerebbero a vicenda, trasformandosi in apatia o in qualche indefinita fissazione monomaniacale, fin quando alla fine, catturati nel terribile incantesimo della psicosi senile, scivoleremmo impotenti e senza uno scopo, come cani pigri, verso la “svelta volpe marrone”*** di una morte ordinaria.

[***In italiano “La rapida volpe marrone salta sul cane pigro” non assume alcun senso oltre quello ovvio, ma in inglese “The Quick Brown Fox Jumps Over The Lazy Dog”, coniata da Nevin Nollop, è un “pangram”, cioè una frase che contiene tutte le lettere dell’alfabeto anglo-sassone. La frase viene dunque usata, per esempio, per la scelta di un font di scrittura o nelle scuole di dattilografia.] Sopravviviamo solo fin quando abbiamo la “capacità di desiderare”. Il fatto che il nostro desiderio sopravviva ha la peculiare proprietà di lasciarci terminare il nostro lavoro; ma perché quest’aspirazione abbia qualunque effetto reale, il desiderio formulato dev’essere più importante della nostra breve ed insignificante vita, per poter realmente continuare ad esistere oltre di essa.

I normali desideri sono molto più ristretti rispetto al nostro pieno potenziale; dunque dobbiamo scoprire qualcosa che sia più alto e nobile. Sfortunatamente, la maggior parte della nostra comprensione si limita a ciò che è più piccolo di noi.
Se potessimo osservare la personalità della macchina, dissezionata nelle sue parti componenti primarie, vedremmo una complicata disorganizzazione interna di molte identità frammentarie, ognuna con un suo potere, con i suoi pensieri, sentimenti, credenze e, in particolare, le sue proprie manifestazioni.

Ognuna di tali identità frammentarie è convinta di esser capace di agire in modo indipendente e di avere completa autorità sulla macchina biologica, e tutte sono convinte del diritto esclusivo di chiamarsi “Io”, riferendosi all’attività generale dell’intera macchina biologica umana. In questa complicata disorganizzazione delle parti, l’unità può venire solo in conseguenza di un serio sforzo, protratto per un lungo periodo di tempo, di miscelare queste parti in un unico tutto equilibrato.

Nel corso della vita meccanica questa armonica integrazione non può mai avvenire per caso. Solo mediante un’intenzionale alchimia interiore possiamo far sì che avvenga questa integrazione dei frammenti isolati della macchina, che a sua volta produce una macchina capace di funzionare nel Lavoro. Senza unità, la macchina incorrerebbe presto in distrazioni, rendendo inaffidabile ed alla fine impossibile il proseguimento del nostro lavoro nel Lavoro.

Per dare inizio al processo alchemico interiore, dobbiamo partire con uno scopo immaginario che, con la ripetizione durante un lungo periodo di tempo, speriamo un giorno divenga reale. Questa indicazione non ci porterà a niente, se la seguiamo solo una volta o due; cerchiamo prima di capire cos’è che esattamente stiamo cercando di fare.

Conoscenza e comprensione. Dati ed esperienza. Una mano lava l’altra.

Partendo dagli immaginari sforzi iniziali, possiamo far avvenire un cambiamento solo se abbiamo un’idea chiara del nostro scopo. Uno sforzo immaginario può divenire uno sforzo reale solo goccia dopo goccia, come in un processo di distillazione.

Prima di questo esperimento, e prima di qualunque esperimento d’ora in avanti, dovremo sempre ricordarci di desiderare che i nostri sforzi vadano a beneficio di tutti gli esseri dappertutto; questo equivale a formarci il desiderio di avere una forza maggiore di quella che desidereremmo avere se sperassimo solo a nostro beneficio.

L’efficacia del nostro desiderio dipende da questo: se abbiamo la capacità di raccogliere la forza di necessità. Questo “desiderio per tutti”, attuato dentro di noi, un giorno potrà farci connettere al Corpo Mistico di Cristo che sempre esiste fuori dal tempo, attraverso tutte le ere, comprese quelle molto precedenti a quella in cui l’uomo chiamato Gesù visse e morì.

L’Uomo Astuto può aver raggiunto o meno questa o quella realizzazione, ma una cosa è certa: per sé, avendo raggiunto l’imparzialità anche verso i suoi stessi scopi, egli non ha necessità proprie. Eppure allo stesso tempo egli può avere un’anima che soffre in modo indicibile ogni giorno supplementare che è costretta a passare in esilio.

L’Uomo Astuto è obbligato a diventare un insegnante; egli è anche un ladro, costretto dal destino ad aiutare se stesso aiutando gli altri; ma a chi può rivolgersi? Tutti quelli al suo stesso livello sono sulla sua stessa barca. Egli deve cercare aiuto altrove mediante i suoi stessi sforzi ed il proprio lavoro.
Egli può trovare molti che hanno la necessità, ma non hanno i mezzi o la dottrina. Egli può trovare un modo per coinvolgerli nella sua sfera d’influenza, in modo da costringere il destino a fornire i mezzi ai suoi allievi, ed allo stesso tempo rifornire lui della necessaria comprensione per continuare il proprio lavoro. Egli deve già possedere conoscenza.

Se gli allievi possono essere guidati ad avere un’autentica necessità, e non solo curiosità, ed allo stesso tempo possono essere tagliati fuori da tutte le normali fonti d’aiuto, l’Uomo Astuto, tramite la trasmissione dei mezzi per soddisfare i bisogni degli allievi, può anche prendersi ciò di cui ha bisogno. In questo modo egli può formare una necessità per sé stesso, anche senza avere un’autentica “auto-necessità”.

L’uomo meccanico non ha né la necessità né i mezzi per scoprire la Dottrina da solo. Egli non può inventarsi un Metodo da solo; in tal senso è dipendente dall’Uomo Astuto per quanto riguarda la sua iniziazione nel Lavoro e per i suoi sforzi iniziali.

L’Uomo Astuto ha imparato che solo desiderando per qualcosa più grande di sé può ottenere qualcosa di valore per sé stesso. Egli può imparare e prendere ciò di cui ha bisogno, dando ai suoi allievi quanto necessita loro. Naturalmente egli deve anche fornir loro il bisogno che essi saranno poi spinti a soddisfare.

Lavorando e faticando per gli altri, possiamo intenzionalmente ricevere quello di cui noi stessi abbiamo bisogno. Per formulare un desiderio per qualcosa più grande di noi, dobbiamo imparare a conformarci alla legge della “necessità di lavoro”. Possiamo imparare queste leggi ed applicarle nel modo che ci è necessario, fintantoché teniamo in considerazione e rispetto quegli altri che sono attirati nel nostro lavoro.

Dobbiamo imparare a mettere gli altri davanti a noi e a servire i loro bisogni prima dei nostri, per poterci pienamente avvantaggiare di questa tecnica, formando gruppi di studio e dando loro ciò che impariamo.

Un “desiderio di lavorare” può essere un risoluto desiderio contro gli impulsi di schiavitù della macchina. Senza un desiderio di lavorare che faccia da centro di gravità, non svilupperemo mai la capacità di esercitare la nostra volontà contro i naturali impulsi di schiavitù della macchina biologica, vale a dire i desideri dei centri, e delle parti che formano i centri, di restare addormentati. La macchina ha dentro di sé molte piccole fonti d’influenza, sia interna che esterna e, senza il desiderio di lavorare, non è necessario che esse siano molto forti per mantenere la macchina (ed insieme ad essa il sé non fenomenico) in loro potere.

Ma l’essere umano che è tutto macchina si crede molto potente, reputa di possedere libera volontà e la capacità di fare qualunque cosa decide di fare, eccetto portar fuori la spazzatura, tirare lo sciacquone e ricordare di impostare una lettera. Egli è così potente da essere schiavo solo del sesso, delle droghe, dell’alcool, del tabacco, del caffè, dei pasticcini, degli sport e di un vago senso d’impegno politico.
Dobbiamo avere uno scopo preciso. Quando avremo capito quale possa essere per noi uno scopo preciso, potremo dar forma ad un corrispondente desiderio di lavorare; e solo allora riceveremo un po’ d’aiuto iniziale rivolto a quello scopo specifico. Nessuno può aiutarci a formulare e perseguire qualche vago scopo; e nessuno può dirci quale desiderio formulare. Ognuno deve ponderare e prendere in considerazione il suo scopo all’interno del cerchio di lavoro.

In definitiva, dobbiamo imparare a formulare un desiderio di lavoro da qualunque cosa facciamo nella vita; rendere tutte le nostre attività significative in termini di lavoro; e dare forza a queste attività, desiderando che i risultati di tutti i nostri sforzi siano usati per il bene più grande di tutti gli esseri dappertutto.

Ora vi darò un piccolo desiderio di lavoro che potete usare per voi stessi. Quando sacrificate una qualsiasi cosa per il vostro lavoro, come un’emozione negativa, una sigaretta, o un “bicchierino”, dite con la più piena forza possibile del vostro essere interiore: “Io desidero che i risultati di questo piccolo sacrificio siano usati a beneficio di tutti gli Esseri dappertutto”, e lasciate che questo desiderio riverberi nel vostro plesso solare.
Potete usare questa speciale forma di desiderio per qualunque cosa di cui siate schiavi e della quale sapete di essere schiavi, fosse anche “la palpitante perdita di sé durante l’orgasmo involontario”.

Dobbiamo esaminare il nostro “desiderare”, per vedere in modo imparziale se esso è più grande del nostro sé. Dobbiamo lavorare per qualcosa, non con la speranza di qualcosa che non esiste, ma con qualcosa che già abbiamo. “Desiderio” non è un sinonimo di “speranza” o di “voglia”.
Voi desiderate un’esistenza superiore, senza neppure ponderare per un secondo cosa potrebbe significare essere un Essere Superiore, quali responsabilità ed impegni, quali obblighi potrebbero essere legati all’essere un simile Essere.

Tutto ha un prezzo, ma voi non chiedete mai quanto dovrete pagare, un giorno, e in che moneta; e nessun altro può pagare per il vostro lavoro.

 

(E.J. Gold – tratto da “Lavoro pratico su se stessi”)

 

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