I due lati – John G. Bennett

due-lati-john-bennettIl Lavoro comprendere il fatto di compiere degli sforzi ed uno sforzo esiste quando si produce un’energia più elevata. Parliamo dello sforzo di alzarsi la mattina o della battaglia per superare un forte senso di “non mi piace”: in tali esperienze comuni, c’è una relazione di attivo e passivo; ove l’inferiore è l’elemento passivo, caratterizzato da reazione e resistenza, mentre il più elevato è l’elemento relativamente attivo caratterizzato dall’intenzione e da un movimento nella direzione del cambiamento.

Un uomo che spinga un carico pesante sta facendo degli sforzi perché sta impiegando le sue energie vitali per vincere la resistenza della massa materiale.

Vi è una relazione relativa all’organizzare e al disorganizzare: il reame dell’energia inferiore ha la tendenza a disorganizzare il reame dell’energia superiore, ovvero a resistere alla direzione più organizzata. Questa è l’esperienza del contrasto e vi deve essere un qualche elemento di contrasto e di sforzo perché vi sia Lavoro.

Qualcuno potrebbe chiedere: che cosa fa sì che uno sforzo appartenga alla direzione del Lavoro? Ognuno deve compiere degli sforzi di un qualche tipo e molti di essi sono inutili o meccanici. Dobbiamo tenere conto della relatività dall’auto-direzione nel compiere sforzi. Un uomo può compiere sforzi per paura o per obbedienza abituale, come un animale. Egli può compiere sforzi a partire dalla propria personalità per gonfiare la sua auto-immagine, oppure può lavorare a partire dalla sua essenza, dalla sua propria vera natura. La forma più pura di sforzo è dove un uomo lavora per via dell’obbligo a lavorare.

Vi è un elemento affermativo nel compiere degli sforzi. Ciò in primo luogo significa lavorare a partire dalla mente: ove la mente dice di sì ed il corpo o le emozioni dicono di no. Ma deve andare più in profondità. Tutta la nostra natura automatica dice di no, ed è una natura più elevata che dice veramente di sì. Quando lavoriamo contro l’attrazione del “mi piace” e “non mi piace”, ciò proviene dall’affermazione della nostra natura più elevata. La natura più elevata è più realmente “me” che non quella inferiore, ma anche la natura inferiore è “me” in una qualche misura. Facciamo perciò esperienza di una dualità in noi, di essere sia “sì” sia “no” allo stesso tempo.

Dove gli sforzi sono sollecitati da stimoli esterni, tuttavia, questa dualità interiore è perduta e non si può dire che sia lavoro. Per questa ragione, dobbiamo fare attenzione a situazioni in cui le persone siano stimolate a compiere sforzi dalla coercizione o dalla persuasione, perché allora questi non sono veramente i loro propri sforzi. Ciò non significa che non vi possano essere utili incoraggiamenti, né che le motivazioni che derivino da un senso di competizione o da una volontà di emulare un buon esempio siano senza valore. Vi è una relatività in queste questioni; non possiamo sempre affidarci a sforzi che provengano veramente da noi stessi.

Il Lavoro non riguarda solamente azioni che provengono da noi stessi.  Non siamo soli nel Lavoro: vi sono altre persone, vi è una parte nascosta di noi stessi “all’interno” e vi sono poteri più elevati, senza i quali saremmo interamente senza aiuto. E’ una grandissima cosa rendersi conto che dobbiamo imparare come consentire alle forze superiori di entrare in noi: esse non possono entrare in noi se non glielo consentiamo. Per consentire loro di entrare dobbiamo essere ricettivi.

All’inizio è una cosa difficile cui arrivare, ma dobbiamo comprendere la differenza fra passività e ricettività. Quando siamo passivi, siamo in balia di forze inferiori; quando siamo ricettivi, però, siamo aperti a ciò che è superiore. E’ la chiave per molti problemi pratici relativi al lavoro.

Le influenze superiori possono giungere a noi mentre siamo in uno stato di distrazione, perciò aperti momentaneamente ma forse non intenzionalmente. Possiamo poi sprecarle completamente attaccandoci alle esperienze, alla volontà del sé o all’aspettativa. Per ricevere in modo genuino, dobbiamo essere vuoti di noi stessi, o almeno pronti a lasciare spazio a qualcosa che va oltre a noi.

Le forze superiori possono venire e bussare alla nostra porta, ma noi dobbiamo aprire la porta. Possiamo anche invitarle a visitarci, sebbene non vi può mai essere alcuna garanzia in questa petizione, poiché in noi vi devono essere uno spazio o una vacuità reali, se queste devono venire. La condizione perché ci sia dato aiuto è che vogliamo e possiamo ricevere. Non è così diretto come appare a prima vista, poiché normalmente abbiamo una scarsa comprensione di che tipo di aiuto abbiamo bisogno. Ciò che è veramente un aiuto è un qualcosa che non possiamo produrre con i nostri propri sforzi e perciò è ampiamente sconosciuto.

Lavorare mediante gli sforzi e lavorare mediante il ricevere non possono sostituirsi l’uno all’altro, possono però essere entrambi presenti in un’azione completa. E’ necessario aiuto per incominciare qualcosa di nuovo, ed è necessario aiuto per portarlo a completamento, ma non vi è azione senza sforzo. La combinazione dei due lati in noi appartiene alla realtà di sinergia o di cooperazione che è necessaria per la completezza del Lavoro.

Il Lavoro non è qualcosa che facciamo né qualcosa che ci viene fatto; possiamo però partecipare al Lavoro nella misura in cui possiamo. Questa partecipazione è talvolta una questione di sforzi ed in altri momenti è una questione di essere ricettivi. Se ci concentriamo sugli sforzi diveniamo insensibili, se facciamo nel modo opposto diveniamo deboli. Vi sono molte ragioni pratiche per equilibrare i due lati nel nostro proprio Lavoro.

Coloro che divengono fortemente consapevoli della loro vacuità e si rendono conto di quanto poco essi possano fare circa la loro stessa condizione, rischiano di scoraggiarsi e di abbandonare ogni tentativo di compiere degli sforzi, concedendo semplicemente alle cose di succedere loro. Essi cedono alle tentazioni del quietismo e del fatalismo, ove il pericolo è che la ricettività sia confusa con la passività. Non può essere dato alcun aiuto a persone che siano completamente passive, perché sono troppo piene di forze inferiori. Compiere degli sforzi rende possibile che vi sia uno stato in cui è possibile chiedere aiuto.

D’altro canto, coloro che non riescono a rendersi conto del bisogno di aiuto sono in una condizione pericolosa. Essi vivono nel mondo dei loro propri sforzi e possono solo aumentare la presa della loro volontà personale ed egotismo. Essi divengono così pieni di loro stessi che la trasformazione giunge ad un punto di arresto e l’intero edificio che è stato costruito deve essere abbattuto per poter costruire nuovamente nel modo giusto.

Comprendere quando si deve essere attivi e quando ricettivi è una questione di esperienza e di sperimentazioni su di sé.

di John G. Bennett

 

Vivi ora l`Esperienza

 

 

No Comments

Aggiungi il tuo commento

Verifica Time limit is exhausted. Please reload the CAPTCHA.