Gurdjieff, un “Insegnante di Danza”

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Nel suo capitolo introduttivo ai “Racconti di Belzebù a Suo Nipote”, Gurdjieff si descrive quale:

Colui che nell’infanzia fu chiamato “Tatakh”; nella sua prima gioventù “Lo scuro”; poi il “Greco nero”; durante la mezza età la “Tigre del Turkestan” ed ora, non uno qualunque; ma il genuino “Monsieur” o “Mister” Gurdjieff, o il nipote del “Principe Mukransky” o, per finire, semplicemente un “Insegnante di Danza”.

La citazione finale, apparentemente “semplice” di “Insegnante di Danza”, tuttavia, non è affatto semplice da comprendere. Prenderla alla lettera significa correre il rischio di essere fuorviati, di ritenere che i Movimenti possano essere una cosa a sé stante quale espressione dell’insegnamento. La necessità di “sviluppo armonioso” richiede attenzione al lavoro di tutte le parti dell’essere umano, in condizioni differenti. Il lavoro nei movimenti è una condizione; dall’inizio, è chiaro che sono necessarie altre condizioni se si vuole un’esperienza completa dell’insegnamento di Gurdjieff.

Forse qui, come in altre “semplici” dichiarazioni, Gurdjieff ha nascosto chiavi per grandi verità. Che cos’è nascosto nel suo “per finire, semplicemente un “Insegnante di Danza?”

Nell’atmosfera e nella cultura in cui si formò Gurdjieff, la musica, l’arte e la danza erano molto più in evidenza quali espressioni del sacro di quanto non lo siano ai nostri tempi; la tradizione spirituale era spesso connessa all’esperienza della vita di tutti i giorni. E le espressioni di quella tradizione, trasmessa per la maggior parte in forma orale, erano in alcuni casi molto antiche. Molte di queste espressioni facevano riferimento a “danza sacra”.

Si dice che Shiva creasse il mondo con una danza, ed il Talmud afferma che la funzione principale degli angeli è danzare, rendendo la danza da parte degli esseri umani un’espressione di ringraziamento per il rinnovamento e la fruttuosità. I lama Sherpa del Nepal danzano per equilibrare il mondano con il divino, ed in Zambia, la danza serve a segnare il passaggio fra l’adolescenza e l’età adulta. Presso i Dogon, essa restaura l’ordine al momento della morte. Il movimento circolare, la rotazione su di sé o il muoversi in cerchio, appare in danze rituali dei Sufi, dei primi cristiani e dei buddisti, a simboleggiare la relazione fra il livello del danzatore e gli altri livelli, interiori e superiori dell’energia e della coscienza.

I processi descritti da queste danze: creazione, rinnovamento, equilibrio, passaggio, ordine, sono espressi negli insegnamenti di Gurdjieff come leggi. Nei Racconti di Belzebù, egli parla di essi come delle leggi della creazione e del mantenimento del mondo: “Trimazikamno” e “Heptaparaparshinok”.

Anche questi processi divini, governati dalla legge, sono movimento, che la mente può comprendere solo parzialmente, il cuore può percepire solo in modo limitato, il corpo può eseguire solo in modo incompleto. I centri, da soli e separati, non sono in grado di partecipare a questi processi, non sono in grado di entrare da soli nella danza. Quando però i tre elementi si mettono insieme, vi è una possibilità completamente nuova, e l’insegnamento di Gurdjieff indica la via verso quest’unificazione.

Gli uomini e le donne che vennero a lavorare al “Istituto per lo Sviluppo Armonico dell’Uomo” di Gurdjieff erano gente con domande profonde circa il senso ed il significato della loro vita. Nell’istituto, a queste domande si diede una nuova latitudine mediante la loro partecipazione a compiti pratici, esercizi e “ginnastica sacra”: tutto sotto l’occhio vigile di Gurdjieff. In queste condizioni rarefatte, essi incominciarono a scoprire un tipo di attenzione a loro sconosciuta prima, un’attenzione che scaturiva simultaneamente dalla mente, dal corpo e dai sentimenti.

Come abbiamo udito da coloro che erano con lui, Gurdjieff distribuiva con precisione ciò che era appropriato per ciascuno, a seconda del tipo e della necessità essenziale. Egli poteva trattare qualcuno con tenerezza e compassione in un momento, urlargli contro in un altro, ed in un altro ancora, guardarlo senza dire una parola. In ciascun caso, la persona riceveva esattamente lo shock che era necessario per vedere come e che cosa egli fosse in quel preciso momento.

Gurdjieff si mosse attraverso il mondo e la vita dei suoi allievi con un’attenzione sintonizzata in uguale misura all’immagine generale ed al minimo dettaglio. Come un danzatore, egli apparve in molte differenti guise e si esibì in una varietà di ritmi diversi: ricercatore, osservatore, scrittore, compositore, chef, capo spedizione. Ogni avvenimento, un’esposizione di un processo sacro e del potenziale umano a parteciparvi, era un lavoro di coreografia ispirata, compiuto da quest’uomo che definiva se stesso “semplicemente un Insegnante di Danza”.

 

(Ellen Dooling Draper)

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