Quest’entità che chiamiamo corpo (Don Hoyt)

coscienza corpo

Una tomba. Una guarnitura, che si abbandonerà al momento della morte. Un ostacolo al processo di risveglio. Un luogo che ti tiene legato.

Tutte queste sono una mera campionatura di tutti i modi in cui il corpo umano è stato visto in quasi tutte le tradizioni spirituali. Una delle espressioni più classiche di questo modo di vedere le cose può trovarsi nelle parole ripetute come mantra “Io non sono questo corpo”.

Si tratta di un’affermazione che, curiosamente, non è né vera né falsa. Piuttosto, essa è irrilevante per qualunque scopo o funzione questo breve soggiorno sulla terra sia destinato a servire. In uno strano modo queste parole tradiscono anche uno sdegno per questo essere fisico, uno sdegno che sfiora quasi la hubris spirituale, poiché considera virtualmente priva di valore questa maestosa creazione. Faremmo bene a ponderare le implicazioni di questa percezione poiché ad un livello inconscio essa ha influenzato profondamente il nostro atteggiamento nei confronti del corpo fisico.

Quando ci spostiamo al di fuori delle tradizioni spirituali, scopriamo che l’atteggiamento prevalente nei confronti di questa realtà corporea, quest’entità che chiamiamo il corpo, non è così significativamente differente. Nel migliore dei casi, il corpo è considerato un’estensione biologica dell’intera organizzazione psicofisica che comprende ciò che deve essere un essere umano. In questo contesto più generale, il corpo è ciò che si apprende ad affrontare, a confrontare, a placare, a godere, a tollerare, coccolare, controllare, disciplinare ed altro ancora.

Teniamo in mente, tuttavia, che queste delineazioni di come porci in relazione a questa creatura vivente, sono pure punteggiature lungo il continuum della consapevolezza generale. Per la maggioranza, il corpo, quale essere vivente, viene raramente incluso nel campo della conoscenza.

Per la maggior parte del tempo, ci dimentichiamo della sua presenza in quanto realtà esistenziale, di entità vivente dotata della propria intelligenza e sfera di consapevolezza. Salvo naturalmente quando ha fame, ha bisogno di riposo o di sesso, o quando invia segnali di piacere euforico o di intenso dolore.

Tuttavia, alcuni osservatori potrebbero rispondere a questi sostenendo che vi è stata una crescita di interesse, soprattutto negli ultimi tre decenni, in tecniche che promettono di potenziare la nostra relazione con il corpo. Dopotutto, è indiscutibile che vi sia stata una notevole crescita di entusiasmo per libri e seminari di formazione che offrono un’ampia scelta di tecniche di consapevolezza sensoriale.

Paradossalmente, è qui che vediamo uno degli esempi più chiari di quello che è stato descritto quale il dilemma dell’epoca moderna, la separazione fra corpo e mente, un modo di dire che oggi suscita poco più di uno sbadiglio poiché è divenuto semplicemente un altro dei cliché dei nostri tempi.

Tuttavia, quando prestiamo maggiore attenzione ad alcuni dei tentativi più recenti di “guarire questa separazione”, attraverso l’invocazione di un maggior apprezzamento e di una maggior affermazione del ruolo del corpo nella nostra vita, vediamo ancora una volta che si finisce nella stessa vecchia canzone. E’ ancora lavoro della mente.

Poiché è la mente che concettualizza la questione in primo luogo. Ed è la mente che poi procede ad orchestrare l’uno o l’altro programma per alleviare la difficoltà.

Ancora una volta, allora, troviamo che, persino con tecniche subdole quali “ascoltare il corpo” o “seguire il respiro” o giungere ad una maggiore “sensazione globale” del corpo, la messa in atto di queste tecniche è intrapresa con il permesso della mente. E, cosa piuttosto strana, ciò continua a sfuggire alla nostra attenzione. E’ la mente che continua a reggere lo scettro.

Molto raramente giungiamo ad una relazione autenticamente reciproca, in cui vi è una condivisione di consapevolezza fra il corpo e la mente, come cooperanti. Tuttavia, è proprio questo stato di relazione con il nostro terreno compagno a fornirci un fondamento indispensabile per il reale lavoro di studio e di risveglio di sé. E quando acquisiamo una maggior pratica nel porci in relazione al corpo, avviene qualcosa di interessante. Scopriamo che la presenza vivente di questo essere incomincia a rendersi conosciuta attraverso le sue emanazioni, di cui facciamo esperienza quale sensazione o consapevolezza sensoriale, e che questo ci consente di prendere parte del campo di consapevolezza che è proprio del corpo. Non quale oggetto della mente, ma in quanto soggetto nell’ambito della sua propria sfera di influenza e consapevolezza.

Ci rendiamo conto allora che non siamo più associati ad un “corpo”. Piuttosto, che siamo alla presenza di un essere vivente, un essere con cui condividiamo il viaggio verso il risveglio spirituale.

Ciò che è straordinario in questo modo di approcciare il corpo è che l’esperienza di questo sembra così naturale. E’ anche pragmatico, nel senso che produce l’effetto di liberare l’attenzione dalla sua abituale identificazione profonda con le tensioni (e perciò dalle abitudini fisiche, mentali ed emotive che sono sostenute da queste tensioni).

Scopriamo allora che questo stato dinamico di relazione con il nostro partner vivente ci fornisce la messa a terra; fornisce la messa a terra per il nostro lavoro. Invece di sognare il lavoro di trasformazione spirituale, viviamo il lavoro. E poiché otteniamo questa messa a terra, diveniamo grazie ad essa più ricettivi all’aiuto che riceviamo dall’alto, che è sempre disponibile per la nostra trasformazione, ogniqualvolta le condizioni interiori consentano a questa di avvenire conformemente alle leggi.

In uno scambio che avvenne a New York nel 1924, a seguito di una dimostrazione dei movimenti, Gurdjieff trattò la questione:

“Che posto occupano l’arte ed il lavoro creativo nel nostro insegnamento?”
Avete visto i nostri movimenti e danze. Tutto ciò che avete visto però era la forma esteriore: bellezza, tecnica. A me però non piace il lato esteriore che voi vedete. Per me, l’arte è un mezzo per lo sviluppo armonico. In tutto ciò che facciamo, l’idea soggiacente è fare ciò che non può essere fatto automaticamente e senza pensiero…

Se il nostro obiettivo è lo sviluppo armonico dell’uomo, allora per noi le danze e i movimenti sono un mezzo di combinare la mente e i sentimenti con i movimenti del corpo e manifestarli insieme. In tutte le cose, abbiamo l’obiettivo di sviluppare qualcosa che non può essere sviluppato in modo diretto o meccanico; che interpreti l’uomo nel suo insieme: mente, corpo e sentimento.

Il secondo scopo delle danze è studiare….

I movimenti perciò hanno due scopi: studio e sviluppo.

Alla luce della risposta di Gurdjieff, si può incominciare a comprendere, ad un livello più profondo di impegno, che l’attenzione ha la capacità intrinseca di giungere ad un’intimità più vicina e più intima con quest’entità che chiamiamo il corpo e, attraverso un atteggiamento di studio, di accorgersi della realtà della sua presenza vivente di cui si fa esperienza quale membro vitale del nostro essere psico-fisico-spirituale totale, rivelando in questo modo la sua capacità di servire un proposito nobile e cosciente, il proposito di “combinare la mente ed i sentimenti con i movimenti del corpo e manifestarli insieme”.

Copyright © 2002 Donald Hoyt

Nel 1955 Don Hoyt divenne membro della Fondazione Gurdjieff sotto la guida di Lord Pentland. Durante gli anni che seguirono, unitamente a vari altri allievi anziani, egli fu responsabile del lavoro delle classi di movimenti. Dopo la morte di Lord Pentland nel 1984, Don Hoyt prestò servizio quale Presidente della Fondazione Gurdjieff di California fino al 1988.

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