Danze Sacre

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di Marthe de Gaigneron

Come parlare dell’origine del movimento?
Qual è la fonte di questa misteriosa energia, che anima noi e tutte le nostre manifestazioni, dalla nascita alla morte, ed anche oltre?
In che modo questa energia ci anima?

Lo scopo dell’insegnamento è riscoprire questa fonte di vita attraverso lo sviluppo della coscienza. La coscienza però si nasconde dietro ad una “maschera”; è prigioniera del condizionamento umano. In realtà, la nostra percezione di questa energia primaria è velata ed oscurata dal vasto disordine delle nostre funzioni.

Questo disordine è creato da una moltitudine di tensioni e di complesse reazioni automatizzate, che a loro volta sono il risultato di strati più profondi di condizionamento.
Le nostre posture, i nostri gesti, i nostri atteggiamenti fisici sono sempre gli stessi all’infinito.

Essi ci definiscono; sono, in fin dei conti, ciò che noi siamo, nonostante un’identità immaginaria dipinta dallo specchio distorto della nostra mente.
Vista questa situazione, noi non abbiamo alcun potere reale sui nostri movimenti.

Nonostante tutte le realizzazioni che possiamo ottenere ad ogni livello, fisico ed intellettuale, rimaniamo sensibili ed influenzati da un solo lato della nostra natura a discapito dell’altro lato, più essenziale.  Rimaniamo inconsapevoli della nostra energia primaria, sebbene talvolta la nostra intuizione ci avvicini ad essa.  Siamo intrappolati dalla camicia di forza del nostro automatismo, incapaci di sfuggire dai suoi confini, dall’inestricabile relazione fra i movimenti abituali della nostra mente ed il funzionamento automatico della nostra personalità.

La forza imprigionata in questo labirinto sigillato non può giocare un ruolo guida in un corpo incapace di riceverla.
Nutre semplicemente una macchina.

Questa macchina però crea illusioni e non ci è possibile, nel corso ordinario della nostra esistenza, comprendere in quale misura noi siamo prigionieri del nostro automatismo. Per riconoscere questo sono necessarie condizioni molto speciali, di modo che possa apparire un’altra qualità di attenzione e di consapevolezza di noi stessi.

La pratica dei Movimenti risponde esattamente a questa necessità.

Questa disciplina ci consente di sperimentare attraverso il corpo in movimento tutti i nostri meccanismi funzionali. Soprattutto, può risvegliare capacità latenti che appartengono ad un lato sconosciuto della nostra natura.

Questa disciplina è offerta solo alla fine di un lavoro preliminare, quando si siano chiariti  i principi generali dell’insegnamento e le dimensioni reali della conoscenza di se stessi. In queste condizioni, i Movimenti possono essere autenticamente apprezzati, per la loro precisione come per il loro effetto.

Siano essi esercizi o danze, questi Movimenti hanno lo scopo di riscoprire una presenza dell’essere attraverso il riequilibrio del corpo ed una messa in ordine delle sue funzioni; questo è il primo passo verso una consapevolezza di se stessi nel cuore della vita quotidiana.

Dopo il primo passo, si può raggiungere un’altra qualità di manifestazione. Allora queste danze divengono  autenticamente sacre, nel loro contenuto interiore e nella loro espressione.

Per seguire questa via, ci si deve sottomettere interamente al lavoro della “scuola”, divenire un allievo fra gli altri, un semplice numero in una fila, ma con lo straordinario sostegno di una ricerca comune.

Si fa esperienza dei Movimenti in una sorta di microcosmo. Mentre si seguono meticolosamente le istruzioni dell’insegnante, ciascun partecipante si sente responsabile per sé stesso e per l’ambiente in cui si muove.

Composta o improvvisata che sia, anche la musicai gioca un ruolo molto importante nell’esperienza; ha una relazione intima con il significato interiore dei Movimenti, dando sostegno al loro ritmo ed espressione. Unitamente ai musicisti che suonano, essa diviene parte di un’alchimia generale.

Naturalmente questi esercizi non hanno lo stesso impatto né la stessa intensità. Tuttavia, ciascuno ha un significato specifico nella propria forma ed obiettivo, nella sua complessità e nella sua semplicità. Tutto ciò richiede una precisione assoluta nel movimento, dal palmo delle mani alla minima posizione dei piedi, necessitando di un equilibrio dinamico del tutto, al fine di sostenere una ricerca che può essere compresa solo attraverso l’esperienza diretta.

Quando si incomincia, ciò che colpisce di più in questa disciplina è una sensazione simultanea di costrizione e libertà.

Si scopre una nuova vita in un corpo che è stato fino ad allora limitato dalla sua educazione, dalle sue abitudini acquisite fisiche, mentali o altre e che, quando è libero, ci apre ad un mondo di impressioni ed esperienze sconosciute. Si richiede costantemente di portare attenzione al corpo. Un confrontarsi spietato con questi esercizi e danze, e soprattutto con la propria incapacità di “conformarsi al modello”, procura spesso un autentico shock.

Siamo forzati a riconoscere adesso, attraverso l’esperienza personale, che i nostri movimenti sono sempre automatici. L’impulso che li dirige è incontrollato e senza relazioni: che si tratti di un pensiero, di un sentimento o di una reazione motoria, una funzione automatica si stacca dal resto e risponde per il tutto.

Alla luce di questo disordine e confusione, è essenziale un nuovo equilibrio. Non abbiamo però ancora il potere di trovarlo.

L’impossibilità e la mancanza di unità che osserviamo quando incominciamo sono fra gli aspetti più arricchenti e rivelatori della ricerca, che ci aprono ad una prospettiva interamente nuova dello sviluppo della coscienza.

Ci rendiamo conto che ciò che viene esercitato oggi fino ad ora non era mai stato toccato in quel modo.

Si tratta di un nuovo alfabeto che corrisponde ad un nuovo linguaggio, un modo diretto di conoscere che consente al corpo di sentire la propria meccanicità e che, allo stesso tempo, lo prepara a ricevere altre correnti di energia inaccessibili fino ad allora.

Nuovi atteggiamenti, che sorgono da un differente ordine interiore, incominciano a sfidare un intero repertorio di reazioni automatiche profondamente radicate.

Attraverso stadi successivi, vediamo in quale grado noi siamo schiavi dei nostri meccanismi ed ove il pensiero associativo prenda sempre l’iniziativa a spese dell’essere completo, a spese della sua essenza.

Che cos’è l’essere completo?

Forse che il corpo sia potenzialmente lo strumento di tutte le energie nel mondo creato? Se si facesse esperienza di questo, ciò non darebbe forse una dimensione totalmente differente alla ricerca del sacro?

Potrebbe il corpo veramente essere il tempio di Dio, colui che riceve e trasforma tutte le energie che passano attraverso di esso?

Abbiamo forse dimenticato che la percezione di un’energia più elevata è naturale per gli esseri umani?

E’ proprio nei termini di un’apertura al sacro che si devono comprendere le danze che G.I. Gurdjeff ci ha portato. Quest’apertura può liberarci dalla nostra meccanicità, rivelando nel contempo l’aspetto “essenziale” della nostra natura.

I Movimenti si indirizzano all’insieme del nostro essere attraverso molti mezzi differenti. Ciò spiega la loro sorprendente diversità. Essi esercitano più specificamente una funzione o un’altra e si affidano spesso su tempi totalmente differenti da quelli di cui si fa esperienza nella vita quotidiana.

Un Movimento quale i “Cerchi”, ad esempio, che viene eseguito da seduti, consente di raggiungere un silenzio intenso di una tale qualità che il movimento stesso, nella sua magica lentezza, sembra produrre un “suono”.

Altri movimenti cercano una padronanza del corpo attraverso il ritmo ed un’intensità che comporta una tensione controllata coscientemente. Il loro dinamismo può risvegliare un “desiderio di essere” che va ben più in profondità di qualunque volontà personale, evocando in questo modo un profondo senso di rituale. I Movimenti conosciuti come “esercizi dei dervisci” sono spesso di questo genere.

Nelle “danze del Tempio delle Donne”, che si dice siano state eseguite nel passato in remoti monasteri dell’Asia Centrale, la femminilità si unisce al sacro nell’auto-cancellazione dell’intero essere nel servizio di un principio che va molto oltre ad esso.

“Danzate per i più antichi dei grandi Profeti”: ci fu detto una volta per dare un nuovo significato ed una nuova vita a quanto cercavamo di esprimere…

Vi sono movimenti di preghiera che ci portano al di sopra dalla “condizione umana” attraverso la bellezza di gesti dal significato profondo. Non sono intesi a soddisfare un senso estetico, quanto piuttosto a liberare energie prigioniere con l’aiuto delle posture appropriate. In questo modo l’autentica sensazione interiore di se stessi può trovare la sua esatta espressione.

I Movimenti noti come “Moltiplicazioni” si basano sulla legge del tre e sulla legge del 7 che, conformemente agli insegnamenti, governano il mondo creato. In questi Movimenti, i danzatori si muovono lungo traiettorie matematiche, in cui il significato del loro posto, e di conseguenza del loro ruolo, è determinato dalla legge che si esprime. Questi Movimenti richiedono il livello più elevato di attenzione e di rigore in ogni cambiamento di posizione.

Questi sono solo pochi esempi in un’infinita varietà di movimenti che, soprattutto, rivelano l’esistenza di una scienza sacra, una scienza esatta capace di aprirci all’esperienza di un’altra dimensione e di un’altra “Fonte di Vita”. Tutte queste danze acquisiscono il loro significato reale solo quando l’apparire di un’energia più elevata rivela un altro livello di essere.

Per avvicinarci a questa fonte di vita è necessario, come è stato detto, attraversare un lungo processo, vedere attraverso lo stato di “dipendenza mentale” che ci divide, che limita il nostro campo di coscienza, e che ci fa addirittura dubitare della capacità che il nostro potere di attenzione ha di liberarci.

E’ solo dopo aver sofferto, ovvero dopo essersi posti di fronte a questa limitazione, che può apparire una profonda accettazione ed apertura. L’essere nel suo insieme, nella sua unità riacquistata, diviene allora permeabile ad un’azione di un ordine del tutto differente, di natura autenticamente spirituale. In questo modo, l’esperienza di sé si trasforma.

La propria apertura a questa azione è costantemente messa alla prova nella pratica dei Movimenti, ed è questo l’esercizio essenziale.

Tuttavia, per essere sufficientemente sensibili, si deve essere in grado di lasciare andare quello stato di tensione che compare ad ogni istante in una forma o in un’altra, sia questa un eccesso di volontà, l’agitazione della mente, il desiderio di risultato, o un qualunque tipo di paura. Ciascuna di queste tensioni può impedire il flusso libero e morbido dei gesti nei loro propri ritmi, alterando in questo modo la loro espressione ed il significato sacro della danza.

Sono in giuoco l’equilibrio e l’unità dell’essere. E’ solo abbandonando tutte le tensioni in una certa forma di lasciare andare che ci si apre ad un’altra forza di attrazione e si diviene liberi di lasciarsi agire.

Si sarà allora forse più vicini all’esperienza fondamentale di un’attenzione che emana da una fonte superiore alle funzioni ordinarie e che produce un’esperienza il cui significato va ben oltre a quanto il partecipante possa aver conosciuto fino a quel momento.

In ricezione di tutte le influenze, posti fra “il cielo e la terra”, diveniamo il punto di incontro, il mediatore fra due mondi, il mondo umano ed un altro da cui proviene l’energia più elevata che possiamo conoscere. Solo questa energia è in grado di trasformarci, liberarci e di cambiare il nostro “stato”.

Questo stato liberato è molto probabilmente quanto i mistici Cristiani hanno chiamato “lo stato di grazia”.

I saggi dell’India danno il nome di sopramentale a ciò che genera lo stato incondizionato, liberato dal “miraggio della dualità”.

La mente non è più il padrone quando si è animati da quest’altra energia, evocata nel seguente sacro testo della Kena Upanishad:

“La mente basata su limiti e divisioni può solo agire da un dato centro sul mondo inferiore ed oscurato; ma il sopramentale si fonda sull’Unità: comprende e penetra . La sua azione è universale ed è in costante comunione con l’eterna fonte trascendente.”

Vi sono danze che richiamano, nel loro disvelarsi, le leggi che regolano i movimenti segreti dei corpi celesti e della specie umana, ed in questo modo ne sono i simboli viventi. Se possiamo sottomettere ad essi il nostro intero essere attraverso la più grande flessibilità del corpo, possiamo anche, con questa partecipazione, essere rinnovati e nutriti da questa fonte di vita. La danza, allora, assume un significato completamente diverso; si diviene lo strumento di un’energia universale trattenuta per un istante nel corpo per tutta un’altra gloria.

“Ciò che non potete trovare nel corpo, non potrete trovarlo da alcun’altra parte”.
Questo detto dell’Oriente riassume esattamente ciò che si è detto sulla pratica dei Movimenti e sul significato essenziale di questa ricerca.
Nel riconoscere il corpo come colui che riceve e trasforma tutte le energie che passano attraverso di esso, e nel ricercare l’equilibrio, la misura, ed il perfezionamento della sua stessa sostanza, G.I. Gurdjeff ha fatto della scienza dei movimenti una delle basi del suo insegnamento.
Le Danze sacre sono fra le testimonianze più vitali del lavoro di colui che si definiva “semplicemente”, come diceva lui stesso:

Un maestro di danze

 

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