Cosa sono e come funzionano i Centri nell’insegnamento?

luigi-maggi-i-centri-g-i-gurdjieff-quarta-viaCiascun centro è diviso in due parti, una positiva e una negativa. Nel centro istintivo-motorio l’istintivo per esempio è la parte positiva che accumula le energie, il motorio è la parte negativa che le disperde. Nel centro emozionale la divisione in positivo e negativo permette di distinguere il piacevole dallo spiacevole. Nel centro mentale permette di stabilire dei paragoni, di vedere le due facce dei problemi nell’analisi critica. Spesso vi è un cattivo uso della parte negativa, che nel centro mentale nutre la gelosia, la diffidenza, l’ipocrisia, il tradimento e nel centro emozionale serve quale veicolo per le emozioni negative.

Ciascun centro poi è contenuto negli altri, di modo che il centro intellettuale inferiore oltre ad avere le due parti positiva e negativa ha anche una parte intellettuale pura, una emozionale e una meccanica. E così via per gli altri centri. Nella maggior parte degli uomini il centro mentale lavora solo nella sua parte meccanica, il che significa che l’uomo non sa pensare, è pensato, deve ancora imparare a usare la mente, non sa porre attenzione. Il lavoro del mentale è quello di registrare su un nastro magnetico (la mente-discoteca) il materiale delle impressioni, ricordi, associazioni. Se si pensa e si parla meccanicamente è solo per frasi fatte, slogan, stereotipi, ogni cosa è divisa in due: o è bianco o è nero. La parte emozionale del centro mentale è invece quella che fa prendere piacere al lavoro mentale e allo studio, dà la passione intellettuale oppure l’erotismo e vari tipi di immaginazioni inutili, ma anche il desiderio di conoscere e la soddisfazione di sapere. Quando lavora lo fa senza sforzo. La parte intellettuale pura ci dà il pensiero vero e proprio che conduce alle scoperte e alle invenzioni con imparzialità, attenzione e sforzo. Fin qui il centro intellettuale che nel suo insieme registra, pensa, calcola, combina, ricerca. Il processo dell’educazione non fa altro che promuovere lo sviluppo unilaterale della parte meccanica di questo centro con ripercussioni negative quindi sulla salute fisica e affettiva.

Il centro emozionale funziona in base al principio della ricerca del piacere e nella sua parte meccanica comprende il sentimentalismo, l’attrazione per le emozioni collettive più basse, l’ipersensibilità morbosa ma anche l’umorismo. La parte pura è la sede dell’immaginazione creativa e può condurre al risveglio della coscienza, ma se funzione in stato di identificazione conduce solo all’amore di sé come fonte di emozioni negative e alla menzogna. La parte intellettuale del centro emozionale è quella più importante di tutte, e quando è combinata con la parte intellettiva del motorio dà la creazione artistica. È la sede del centro magnetico, e il centro delle intuizioni, dà il modo di pensare nuovo secondo una logica dialettica che sa vedere la sintesi degli opposti, è la via verso i centri superiori quando la personalità è armonizzata.

Il centro istintivo-motorio dirige i cinque sensi, accumula l’energia nell’organismo attraverso le sue funzioni istintive e presiede attraverso le sue funzioni motrici a consumare questa energia. Costruisce la vita organica, gli organi e le cellule, secondo modelli inconsci di pensiero, è la vita vegetativa inconscia. Nella parte intellettiva l’istinto programma i processi di crisi e di trasformazione dell’organismo, le sensazioni organiche di piacere e di dolore e comprende movimenti istintivi quali la circolazione del sangue, la digestione, i riflessi.

Il centro motorio definisce il tipo d’uomo pratico che agisce senza pensare. Vi appartengono i movimenti automatici e una funzione importantissima: l’imitazione. La parte emozionale del motorio è quella che fa prendere piacere ai movimenti e che dà la tenerezza passionale, in caso di creazione artistica dà l’armonia nei movimenti, ad esempio nella danza. La parte intellettuale del motorio, come s’è detto, è molto importante perché dà l’imitazione della natura. In stato di identificazione il centro motorio non funziona affatto e la sua energia viene assorbita dalle parti meccaniche del centro intellettuale ed emozionale.

Vi è una storia Sufi, che s’intitola “I tre dervisci”, che è particolarmente adatta per sviluppare la comprensione. Essa si riferisce ai tre centri e alla quarta via come sintesi della via del monaco, dello yogi e del fakiro.

“C’erano una volta tre dervisci, che si chiamavano Yak, Do e Se, e venivano rispettivamente dal Nord, dall’Ovest e dal Sud. Essi avevano una cosa in comune, che cercavano tutti e tre una Via che li conducesse alla Verità Profonda. Il primo, Yak-Baba, si sedeva e contemplava finché la testa gli faceva male, il secondo, Do-Agha, stava ritto con la testa per terra e i piedi in alto finchè questi gli doloravano, il terzo, Se-Kalandar, leggeva libri fino a farsi sanguinare il naso.

Alla fine essi decisero di compiere uno sforzo comune, si chiusero in ritiro e si misero a fare all’unisono i loro esercizi, sperando in questa maniera di raccogliere un’energia che fosse sufficiente per produrre l’apparire della Verità, che essi chiamavano Verità Profonda.

Per quaranta giorni e quaranta notti perseverarono in questo stato e alla fine apparve di fronte a loro, in una nuvola di fumo bianco sorto da terra, il volto venerabile di un vecchio.

– Siete voi il misterioso Khidr, la guida per gli uomini? – chiese il primo.

– No, egli è Qutub, il pilastro dell’Universo – disse il secondo.

– Penso invece che costui non sia nient’altro che uno degli Abdals, i Trasformati – disse il terzo.

– Io non sono nessuno di costoro – tuonò l’apparizione – sono invece colui che voi pensiate che sia. Ordunque desiderate voi tutti la stessa cosa che chiamate la Verità Profonda?

– Sì, o maestro – fecero in coro.

– Avete mai sentito dire che vi sono tante vie quanti sono i cuori degli uomini? In ogni caso ecco qui le vostre vie – disse il vecchio.

– Il primo derviscio viaggerà attraverso il Paese dei Pazzi; il secondo derviscio troverà lo Specchio Magico; il terzo derviscio dovrà chiedere l’aiuto del genio del Vento. – Così dicendo egli sparì.

Ci fu tra di loro un po’ di discussione, non solo perché avrebbero desiderato ricevere più informazioni, ma anche perché, sebbene avessero tutti praticato diverse vie, ognuno credeva che ci fosse solo una via, la propria, naturalmente. Nessuno però era sicuro che la sua propria via fosse sufficientemente utile, sebbene essa fosse stata in parte responsabile di quella apparizione rimasta purtroppo a loro sconosciuta.

Yak-Baba fu il primo a lasciare la sua cella e invece di chiedere a tutti quelli che incontrava, com’era sua abitudine, dove si potesse trovare nelle vicinanze qualche sapiente, egli chiedeva dove si trovasse il Paese dei Pazzi. Alla fine dopo molti mesi qualcuno seppe indicarglielo ed egli vi si stabilì. Non appena entrò nel Paese dei Pazzi egli vide una donna che trasportava sulla schiena una porta.

– Donna – egli chiese – perché stai facendo questo?

– Perché questa mattina mio marito prima di uscire per il suo lavoro mi ha detto: “Moglie, ci sono dei valori in questa casa, non lasciare che alcuno passi questa porta”. Così quando sono uscita ho preso con me la porta, di modo che nessuno potesse oltrepassarla.

– Volete che vi dica qualcosa che vi risparmi di portare questa porta con voi? – chiese il derviscio Yak-Baba.

– No di certo, l’unica cosa che potrebbe aiutarmi sarebbe quella di dirmi come alleggerire il peso di questa porta – disse la donna.

– Non saprei che cosa dire, fece il derviscio, e così ciascuno se ne andò per la sua strada.

Più avanti egli incontrò un gruppo di persone che se ne stavano terrorizzati di fronte a un’enorme anguria che era cresciuta in un campo.

– Noi non abbiamo mai visto prima d’ora un mostro simile – gli dissero – e certamente diventerà ancora più grande e ci ucciderà tutti e noi abbiamo paura di toccarlo.

Volete che io vi dica cosa dovete fare? – egli chiese loro.

– Non siate pazzo, uccidetelo e ne sarete ricompensato, noi non ne vogliamo sapere niente.

Così il derviscio tirò fuori un coltello, avanzò fino all’anguria e ne tagliò una fetta che cominciò a mangiare.

In mezzo a terribili grida di spavento la gente gli consegnò allora una manciata di monete e vedendolo partire dissero: – Non tornate più indietro, Onorabile Uccisore di Mostri, non vogliamo anche noi finire uccisi così.

Egli allora capì che nel Paese dei Pazzi, allo scopo di sopravvivere uno deve essere in grado di pensare e di parlare come un pazzo. Dopo alcuni anni egli si diede da fare per convertire alcuni pazzi alla ragione e come ricompensa un giorno ottenne la Conoscenza Profonda che cercava. Ma sebbene egli fosse divenuto un santo nel Paese dei Pazzi, lo si ricordava soltanto come l’Uomo che Squarciò il Ventre al Mostro Verde e Bevve il suo Sangue. Essi cercarono di fare la stessa cosa, cioè di raggiungere la Conoscenza Profonda, ma non vi riuscirono. Nel frattempo Do-Agha, il secondo derviscio, partì alla ricerca della Conoscenza Profonda. Invece di chiedere in giro egli si recò direttamente dai sapienti del luogo e a tutti chiedeva se avessero mai sentito parlare dello Specchio Magico. Alla fine lo trovò. Si trovava in un pozzo sospeso a una cordicella sottile quanto un capello e in se stesso era solo un frammento poiché era fatto di tutti i pensieri degli uomini e non vi erano pensiero sufficienti per formare un intero specchio.

Dopo che ebbe ingannato il demone che lo custodiva, Do-Agha guardò nello specchio e chiese per sé la Conoscenza Profonda. In un istante essa fu sua. Egli allora si stabilì in quella zona e insegnò felicemente per molti anni. Ma poiché i suoi discepoli non riuscivano a mantenere il grado di concentrazione occorrente per rinnovare con regolarità lo specchio, questo svanì.

Per quanto riguarda il terzo derviscio, Se-Kalandar, egli cercò dappertutto il genio del Vento. Alla fine giunse in un villaggio e chiese: – Gente avete mai sentito parlare del genio del vento?

E qualcuno disse: – Non ho mai sentito di questo genio, però questo villaggio è chiamato Vento.

Allora Kalandar si buttò per terra gridando: – Non lascerò questo luogo fino a che il genio deI vento non mi apparirà!

Il genio allora che stava sogghignando lì vicino si alzò turbinando sopra la sua lesta e disse: – Non ci piacciono gli stranieri vicino al nostro villaggio, derviscio. Per questo, come vedi, sono io che vengo da te. Che cosa cerchi?

– Cerco la Conoscenza Profonda e mi è stato detto che tu puoi insegnarmi a trovarla.

Certo che lo posso – disse il genio – l’hai cercata per tanto tempo che ora quel che ti rimane da fare è pronunciare questa e quest’altra frase, cantare questa e quest’altra canzone, fare questa e quest’altra azione ed evitare questa e quest’altra azione. Così ti guadagnerai la Conoscenza Profonda.

Il derviscio ringraziò il genio e cominciò a svolgere il suo programma. Passarono mesi e anni, egli eseguiva sempre le sue devozioni e i suoi esercizi correttamente. La gente veniva a guardarlo e cominciava a imitarlo, poiché era considerato un uomo zelante, devoto e degno di stima. Alla fine il derviscio raggiunse la Conoscenza Profonda e lasciò dietro di sé una folla di devoti che proseguiva per la sua via.

Naturalmente nessuno arrivò alla Conoscenza Profonda poiché essi cominciavano là dove il derviscio aveva finito.

In seguito quando i discepoli di ciascun derviscio s’incontravano si dicevano: – Ho qui il mio specchio, guardalo a lungo e alla fine otterrai la Conoscenza.

Un altro replicava: – Sacrifica un melone, ti aiuterà come ha aiutato Yak-Baba.

E un terzo interrompeva: – Stupidaggini, l’unica maniera è il perseverare nello studio e nell’organizzazione di certe posizioni, della preghiera e delle buone azioni.

Quando ebbero raggiunto la Conoscenza i tre dervisci scoprirono che non avevano nessun potere di aiutare coloro che avevano lasciato indietro e che perciò non potevano trasmetterla ad alcuno. Questo racconto, tolto da “Tales of the Dervishes” di ldries Shah, ci insegna che è inutile sviluppare unilateralmente un centro come si fa nella Prima Via del fakiro (il secondo derviscio), nella Seconda Via del monaco (il primo derviscio) e nella Terza Via dello Yogi (il terzo derviscio), che rappresentano rispettivamente il centro istintivo-motorio, il centro emozionale e il centro intellettuale. Alla fine la Verità non potrà essere trasmessa, perché per insegnare occorre possedere non solo il Sapere ma anche l’Essere e la loro risultante che è la Comprensione. La Quarta Via mira allo sviluppo della comprensione attraverso l’armonizzazione e l’impiego simultaneo dei tre centri. Il sufismo Sarmoung, con cui Gurdjieff era in contatto, parte dallo stadio in cui la personalità è già armonizzata e percepisce gli impulsi dell’essenza. Nell’ultimo capitolo degli “Incontri con uomini straordinari” Gurdjieff esemplifica nella figura di Padre Giovanni questa idea fondamentale della Comprensione, che è il risultato dello sforzo cosciente. La distinzione tra conoscere e comprendere è raffigurata invece in fratello Seze e in fratello Akel, le parole dei quali hanno effetti opposti su chi ascolta (cfr. pag. 311 dell’edizione italiana).

Per acquistare il libro potete andare al sito di Re Nudo edizioni: www.renudo.it

Tratto dal libro: “Gurdjieff – le sue tecniche e la conoscenza di sé” di Luigi Maggi

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