Colin Wilson: l’intensità della vita nell’essere umano

Colin Wilson-intensità-vita-essere-umanoIl modo migliore per esaminare il “Sistema” di Gurdjieff è forse quello di cominciare a definire il problema che tenta di risolvere.

La coscienza comune è limitata dalla meccanicità, dal “robot” interiore. Siamo talmente abituati alla routine ripetitiva della vita quotidiana che finiamo col trovarci legati mani e piedi dall’abitudine, come mosche intrappolate in una ragnatela. Eppure nessuno, neanche la persona più pigra, è soddisfatto di questo stato di cose, perché ci accorgiamo di venire in tal modo privati di una certa intensità, della sensazione di essere pianamente vivi.

Il nostro bisogno di sicurezza tende ad entrare in conflitto con il desiderio di essere “totalmente svegli”, e ciò provoca nella maggior parte dei casi insicurezza.

Sartre, ad esempio, notava che non si era mai sentito così vivo come quando partecipava alla resistenza francese, sotto costante pericolo di venire arrestato e fucilato. Questo conflitto crea il problema che ho identificato come il “dramma dei Fuori-serie”. Gli essere umani eccezionali preferiscono l’insicurezza e l’intensità alla sicurezza e alla noia. Naturalmente, anche quelli meno eccezionali desiderano l’intensità, ma non sono disposti a barattarla con la sicurezza.

Lo stato ideale per tutti sarebbe una combinazione di sicurezza e di intensità. E di fatto, questo è stato l’obbiettivo fondamentale delle principali religioni. Un monastero, ad esempio, è un luogo in cui le mura garantiscono sicurezza, ma i cui abitanti si dedicano all’intensità spirituale tramite la disciplina e la preghiera. Nel corso di tutta la storia, profeti, santi e maestri spirituali si sono dedicati al seguente problema: prescrivere un modo di vita che riesca a combinare il “pieno risveglio” con un ragionevole grado di sicurezza e di normalità.

Le soluzioni estreme non sono mai state popolari. Il Buddha volse le spalle alle forme più severe di disciplina yogica; i Padri della Chiesa hanno sempre disapprovato l’entusiasmo e ne hanno bruciato alcuni dei più noti propugnatori. Il guaio è che le soluzioni meno estreme – quelle che lasciano uno spazio alla pavidità e alla pigrizia umane – si sono sempre rivelate alla lunga altrettanto soddisfacenti. L’uomo sembra essere spinto da una profonda ed insaziabile voglia di sfuggire alle sue limitazioni ordinarie.

Il metodo di Gurdjieff è notevole per la precisione scientifica con la quale si accosta al problema della meccanicità. Abbiamo bisogno di sicurezza per realizzare le nostre potenzialità creative, poiché un uomo senza sicurezza non può pensare ad altro che a come procurarsi il prossimo pasto. Ma la sicurezza provoca un certo rilassamento automatico, del tutto analogo al modo in cui un ipnotizzatore può mandare a dormire un buon soggetto ipnotico con uno schiocco di dita. Degli esperimenti recenti sulla privazione sensoria hanno dimostrato la cosa in modo ancor più evidente. Priva di ogni stimolo esterno, la mente non solo si addormenta, ma letteralmente si disintegra. Siamo tenuti insieme da stimoli e da problemi esterni; se ne veniamo privati, andiamo alla deriva, come una chiatta in cui siano stati tagliati gli ormeggi.

In teoria, la risposta è abbastanza semplice. Dobbiamo disipnotizzarci, trovare degli ormeggi che continuino a tenere anche quando abbiamo raggiunto la sicurezza, dei legami interni che tengano anche quando quelli esterni si sono sciolti. Gurdjieff stabilì che la soluzione risiede in quella che può essere definita “insicurezza artificiale”: non tonache di crine o letti di chiodi, ma sforzi intellettuali, discipline fisiche e scosse emotive. Era una combinazione delle vie del fachiro, del monaco e dello yogi – sforzo fisico, intellettuale ed emotivo. Ma Gurdjieff capì anche la necessità di una Quarta Via che chiamò anche la Via dell’Astuto; si tratta di colui che ha una precisa conoscenza e che utilizza questa “informazione interiore” per raggiungere il suo scopo.

(Colin Wilson, “Gurdjieff – La guerra contro il sonno della coscienza”)

 

 

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