Arte oggettiva e arte soggettiva: la musica oggettiva e le ottave interiori

arte oggettiva

Quali sono le condizioni necessarie per comprendere l’arte oggettiva?

Molto più tardi, nel 1922, allorché Gurdjieff organizzava il suo Istituto in Francia ed i suoi allievi studiavano le danze dei Dervisci, Gurdjieff mostrò loro degli esercizi che si riferivano al ‘movimento dell’enneagramma’.

Sul pavimento della sala in cui questi esercizi avevano luogo, era stato tracciato un grande enneagramma e gli allievi occupavano i posti contrassegnati dai numeri dall’1 al 9. Ad un dato momento essi si misero a muoversi da un posto all’altro secondo l’ordine indicato dal periodo dei numeri, in un movimento molto affascinante, girando l’uno intorno all’altro nei punti di incontro, cioè nei punti di intersezione delle linee dell’enneagramma.

Gurdjieff faceva notare a quell’epoca che gli esercizi di movimento relativi all’enneagramma avrebbero occupato un posto importante nel suo balletto ‘La Lotta dei Magi’. Egli diceva anche che, senza partecipare a tali esercizi, senza occuparvi un posto qualsiasi, era quasi impossibile comprendere l’enneagramma.

“L’enneagramma può essere vissuto attraverso il movimento, egli diceva. Il ritmo stesso dei movimenti suggerirà le idee necessarie e manterrà la necessaria tensione; senza di essi, è impossibile sentire ciò che è più importante”.

Un altro disegno dello stesso simbolo era stato tracciato, sotto la sua direzione, a Costantinopoli nel 1920. All’interno dell’enneagramma erano rappresentati i quattro animali dell’Apocalisse: il Toro, il Leone, l’Uomo e l’Aquila, e con essi una colomba. Questi simboli aggiunti erano messi in relazione con i centri.

A proposito dell’enneagramma, considerato come simbolo universale, G. parlava ancora dell’esistenza di un linguaggio ‘filosofico’ universale.

“Da molto tempo gli uomini si sforzano di trovare una lingua universale, diceva. E, in questo campo come in molti altri, essi cercano quanto già da molto tempo è stato trovato, e tentano di inventare qualche cosa la cui esistenza era ben nota un tempo. Già dissi come vi siano non una, ma tre lingue universali e, per l’esattezza, tre gradi di una stessa lingua. Al suo primo grado, questa lingua consente già alla gente l’espressione dei propri pensieri e la comprensione di quelli degli altri, quando si tratta di cose per le quali il linguaggio ordinario è inadeguato”.

“Quali rapporti hanno queste lingue con l’arte?, chiese qualcuno. E l’arte stessa non costituisce forse questa ‘lingua filosofica’ che altri cercano intellettualmente?”.

“Non so di quale arte parliate, disse G. Vi è arte e arte. Avrete senza dubbio osservato che nelle nostre riunioni mi sono state spesso rivolte domande sull’arte, e che ho sempre eluso qualsiasi conversazione su questo argomento. Infatti, ritengo assolutamente prive di senso tutte le conversazioni ordinarie sull’arte. Ciò che le persone dicono non ha nulla a che vedere con ciò che pensano ed esse nemmeno se ne accorgono. D’altra parte è perfettamente vano cercare di spiegare i reali rapporti tra le cose a un uomo che non conosce l’A B C su sé stesso, ossia sull’uomo. Ma abbiamo studiato abbastanza perché possediate già qualche nozione di questo A B C, così forse oggi potrò parlare dell’arte con voi.

“Per cominciare ricorderò che vi sono due tipi di arte, l’arte oggettiva e l’arte soggettiva, l’una affatto diversa dall’altra. Tutto ciò che conoscete, ciò che chiamate arte, è arte soggettiva, che io mi rifiuto di chiamare arte, perché attribuisco questo nome solo all’arte oggettiva.

“Ciò che io chiamo arte oggettiva è difficilmente definibile, innanzi tutto perché voi attribuite le sue caratteristiche all’arte soggettiva, poi perché voi ponete le opere d’arte oggettiva, quando vi trovate di fronte a loro, sullo stesso livello dell’arte soggettiva.

“Vi esporrò chiaramente il mio pensiero. Voi dite: un artista crea. Io riservo questa espressione per l’artista oggettivo. Per l’artista soggettivo, dico che in lui ‘si crea’. Ma voi non fate questa distinzione, che pure è immensa. Inoltre, voi attribuite all’arte soggettiva un’azione invariabile, in altre parole credete che tutti reagiranno allo stesso modo a opere d’arte soggettiva. Immaginate, ad esempio, che una marcia funebre farà sorgere in ognuno pensieri tristi e solenni e che qualsiasi musica ballabile, una komarinski, per esempio, susciterà pensieri allegri. In realtà non è affatto così. Tutto dipende dai processi associativi. Se mi accadesse di udire per la prima volta, sotto l’impressione di una grande disgrazia, un motivo allegro, questo motivo in seguito susciterebbe in me, e per tutta la vita, pensieri tristi e opprimenti. E se, un giorno in cui mi sentissi particolarmente felice, udissi un motivo triste, questo motivo provocherebbe sempre in me pensieri felici. Così accade generalmente.

“La differenza tra l’arte oggettiva e l’arte soggettiva, consiste nel fatto che nel primo caso l’artista ‘crea’ realmente, fa ciò che ha l’intenzione di fare, introduce nella sua opera le idee e i sentimenti che vuole. E l’azione della sua opera sulla gente è assolutamente precisa; essi riceveranno, naturalmente ciascuno secondo il proprio livello, le stesse idee e gli stessi sentimenti che l’artista ha voluto loro trasmettere. Quando si tratta di arte oggettiva, non può esservi nulla di accidentale, né nella creazione dell’opera stessa, né nelle impressioni che essa suscita. “Quando invece si tratta di arte soggettiva, tutto è accidentale. L’artista, ripeto, non crea; in lui ‘qualcosa si crea da sé’. Ciò significa che un tale artista è in balia di idee, di pensieri, e di umori che egli stesso non comprende e sui quali non ha il minimo controllo. Essi lo dominano e si esprimono da sé sotto varie forme. Una volta assunta accidentalmente una qualunque forma, tale forma, sempre altrettanto accidentalmente, produrrà sullo spettatore questa o quella reazione a seconda dei suoi umori, dei suoi gusti, delle sue abitudini, e della natura dell’ipnosi sotto la quale egli vive. Non vi è in questo niente di invariabile, niente di determinato. Nell’arte oggettiva, al contrario, nulla di indefinito”.

“L’arte non rischia di scomparire diventando tanto precisa? Domandò uno di noi. E non v’è forse appunto una certa imprecisione, un non so che di indeterminato, che distingua l’arte, dalla così detta scienza? Se questa impressione scomparisse e se l’artista stesso cessasse di ignorare ciò che vuole ottenere, e conoscesse a priori l’impressione che la sua opera produrrà sul pubblico, allora si tratterebbe di un ‘libro’… non più di arte”.

“Non so di che cosa parliate, disse G. Usiamo misure differenti: io valuto l’arte dalla sua ‘coscienza”; voi l’apprezzate quanto più essa è ‘incosciente’. Non ci possiamo comprendere. Una opera d’arte oggettiva deve essere un ‘libro’, come voi la chiamate; la sola differenza è che l’artista non trasmette le sue idee direttamente con parole, segni o geroglifici, ma attraverso determinati sentimenti che egli suscita coscientemente e sistematicamente, sapendo ciò che fa e perché lo fa”.

“Alcune leggende, disse allora uno dei presenti, parlano di statue di dei, nei templi antichi della Grecia — per esempio la statua di Zeus ad Olimpia — che producevano su tutti un’impressione ben definita, sempre la stessa”.
“Esattissimo, disse G. E il fatto che tali leggende esistano dimostra che gli Antichi avevano compreso la differenza tra l’arte vera e quella non vera: l’effetto prodotto dalla prima è sempre lo stesso, l’effetto prodotto dalla seconda, sempre accidentale”.
“Non potreste indicarci altre opere d’arte oggettiva? Vi è qualcosa che si possa definire oggettivo nell’arte contemporanea? Quando è stata creata l’ultima opera d’arte oggettiva?”.

“Prima di parlare di tutto questo, rispose, si deve comprendere qualcosa di fondamentale. Se afferrerete questi principi, sarete capaci di rispondere voi stessi a tutte queste domande. Ma se non capite i principî, nulla di quanto io possa dirvi vi servirà da spiegazione. È a questo proposito che è stato detto: guarderanno con gli occhi, e non vedranno, ascolteranno con le orecchie, e non udranno.

“Non vi darò che un esempio: la musica. Tutta la musica oggettiva si basa sulle ottave interiori. Essa può dare risultati precisi, non solo d’ordine psicologico, ma d’ordine fisico. Esiste una musica tale da far gelare le acque. Vi è una musica capace di uccidere un uomo all’istante. La leggenda della distruzione delle mura di Gerico con la musica è proprio una leggenda di musica oggettiva. La musica ordinaria, di qualunque tipo, non farà mai crollare muri, ma la musica oggettiva invece lo può. E non soltanto può distruggere, ma può anche edificare. La leggenda di Orfeo è tessuta su tali ricordi di musica oggettiva, perché Orfeo si serviva della musica per insegnare. La musica degli incantatori di serpenti in Oriente si avvicina alla musica oggettiva, ma in modo assai primitivo. Spesso non si tratta che di una sola nota, appena modulata, e prolungata indefinitamente; in questa semplice nota si sviluppano incessantemente delle ‘ottave interiori’, e in queste ottave, delle melodie non percepibili dalle orecchie, ma che possono essere sentite dal centro emozionale. E il serpente ode questa musica o, per meglio dire, la sente e le obbedisce. Una musica di questo tipo, soltanto un po’ più complessa, farebbe obbedire degli uomini.

“Così, vedete che l’arte non è soltanto un linguaggio, ma qualcosa di molto più grande. Se ricordate ciò che dissi sui differenti livelli dell’uomo, comprenderete ciò che ho detto ora sull’arte. L’umanità meccanica è composta di uomini n. 1, 2 e 3 ed essi naturalmente possono avere solo un’arte soggettiva. L’arte oggettiva richiede per lo meno dei momenti di coscienza oggettiva; per essere in grado di comprenderli e utilizzarli sono però necessari una grande unità interiore e un grande controllo di sé”.

 

(P.D. Ouspensky, “Frammenti di un insegnamento sconosciuto”)

 

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